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INTERVISTANDO... MONICA MARTINELLI

Buongiorno readers,
la rubrica intervistando si arricchisce di una nuova sezione video, in cui daremo spazio ai protagonisti della letteratura per l'infanzia e per l'adolescenza, che potrete visionare sui nostri canali social oppure QUI.
La nostra prima ospite è Monica Martinelli, titolare e fondatrice della casa editrice Settenove.
 



Benvenuta Monica e grazie per aver accolto il nostro invito. Ci racconti come nasce la scelta di questo nome? E anche il logo ha un suo perché...
È un nome celebrativo di un anno per me particolare, che è il 1979, quando è stata emanata la CEDAV, che è la convenzione internazionale contro ogni discriminazione e violenza contro le donne. Per la prima volta una convenzione internazionale identifica lo stereotipo di genere come seme della violenza. Settenove si occupa di contrastare la violenza contro le donne e promuovere una cultura paritaria anche attraverso la rottura degli stereotipi di genere; mi sembrava fin dagli inizi importante dare un nome che fosse simbolico. Il logo nasce da un'idea di Tommaso Monaldi, che è il nostro grafico designer; l'idea era quella delle parentesi, che in matematica racchiudono dei sistemi molto complessi e rigidi dove c'è una sola soluzione possibile. L'idea è quella di mettere Settenove, invece, al di fuori di questi sistemi strutturati e complessi per fare in modo che ciascuno e ciascuna si esprima e si sviluppi secondo la propria personalità, nella maniera più libera e che le sia più conforme possibile.

Come avete accolto l'uscita della nuova edizione del dizionario Treccani?
Festeggiando, perché si lavora sul linguaggio inclusivo, che vuol dire un linguaggio che rispetti il genere delle persone e delle professioni.

È ancora lunga la strada da percorrere..
La strada da percorrere è molto lunga ancora e veramente è difficile capire quale sia la ragione. La nostra “ideologia” è quella di una rappresentazione del mondo per quello che è dove ci sono uomini, donne e anche generi minoritari. Rappresentare vuol dire anche dare dignità, far esistere le persone, fare in modo che altri si rendano conto dell'esistenza delle persone e nominare è un atto fondamentale.

A livello linguistico, per chi non si sentisse riconosciuto nel genere maschile né in quello femminile, come pensi si possa superare questa empasse?
Ci sono tante forme di sperimentazione. Noi abbiamo scelto di adottare per lo più il maschile e il femminile e delle perifrasi in modo tale da evitare talvolta la declinazione dei generi. Quando si fa riferimento, nello specifico, a persone non binarie, di utilizzare la schwa (ə). Usarla ma con dei limiti, non a pioggia in tutti i libri, perché c'è il rischio- rivolgendosi soprattutto a persone non esperte- di essere un po' respingenti.

In altri paesi esiste già una formula per chiamare il neutro: se la lingua già lo prevede o con delle formule che gli attivisti e le attiviste hanno trovato. Ad esempio in Spagna hanno trovato una soluzione adottata anche dalle istituzioni. Ada Colau, sindaca di Barcellona, saluta il pubblico con todos, todas y todes. "Todes" non è un termine classico spagnolo ma la “e” consente di allargare il saluto anche a persone non binarie. Sono strategie adottate da lingue che ci assomigliano molto. Da noi questa cosa al momento la vedo un pochino più complessa, soprattutto con le istituzioni.

Ti confronti per lavoro con letterature e paesi stranieri. Quali sono i paesi più inclusivi e più attenti alle tematiche di genere?
In tutte le lingue c'è la questione del femminile e del maschile; in realtà la resistenza per le novità c'è un po' dappertutto. La mia esperienza più vicina è quella della Spagna, avendo studiato lì; mi ha consentito di vedere un paese molto vicino a noi sia in termini di cultura (anche di cultura sessista) che in termini di lingua che però è riuscito ad aprirsi un po' alla novità.
Quello che io vedo è che alcune questioni, almeno nei libri per l'infanzia, vengano date abbastanza per scontate. Sia la declinazione dei generi che la rappresentazione di bambine e di bambini non stereotipate. All'inizio la mia idea era quella di pubblicare quasi esclusivamente libri dove non si parlasse in maniera esplicita di questioni di genere ma semplicemente le questioni emergessero dalla rappresentazione, come ad esempio June e Lea. Però ho visto che quello che in Italia era più necessario era qualcosa che rompesse in maniera esplicita; quindi poi uscirono C'è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa e Io sono così

Io sono così mi ha colpito molto; mi ha fatto riflettere su quanto sia interiorizzata la cultura maschilista e dominante anche in chi crede di essere “emancipato”, come me...
Infatti il libro forse anche per questo vinse l'Andersenn nel 2015; l'idea nacque proprio per causare questo effetto sorpresa, in primis nell'adulto o nell'adulta che stava leggendo!

Come è stata accolta l'uscita dell'albo illustrato “Lina l'esploratrice”?
Da un lato benissimo dall'altro malissimo! Una parte di persone è stata felicissima e ha acquistato il libro, la tiratura è terminata nell'arco di 10 giorni... quindi davvero si è sentita l'esigenza di un libro che parlasse in maniera aperta della vulva e della vagina, che raccontasse qual è il meccanismo di quest'organo che è ancora poco conosciuto da bambini e bambine perché non se ne parla
Dall'altro lato ci sono state tantissime critiche, una vera e propria shitstorm che ha investito la pagina di Settenove nel giorno stesso in cui è stata data la notizia dell'uscita.

Anche “La nudità che male fa” era stata accolta nello stesso modo?
No, non ha creato scalpore. È il fatto che una bambina, autonomamente, decida di esplorare il proprio corpo, io credo. È un problema tipico dell'Italia quello di non avere educazione sessuale o alla sessualità obbligatoria dall'infanzia. In realtà non esiste neanche alle scuole medie, a fronte di un paese dove sono in aumento le gravidanze indesiderate al di sotto dei 14 anni. Che è una cosa gravissima! Sessualità non vuol dire soltanto sesso ma scoperta del proprio corpo. Come anteprima vi dico che abbiamo subito contattato la casa editrice per pubblicare Bruno, il contraltare di Lina, un libro che uscirà a marzo sulla genitalità maschile.

Ti reimbarcheresti, con il senno di poi, in questa avventura?
Sì, felicissima intanto di essere arrivata a 10 anni. C'è stato qualche momento in cui ho pensato “ho fatto una stupidaggine” ma è durato poco perché alla fine le soddisfazioni arrivano. Anche l'opportunità di conoscere le persone, le associazioni, l'incontro continuo con i lettori e le lettrici è molto arricchente.

Si avvicina la fiera “Più libri più liberi”. L'edizione dello scorso anno è stata caratterizzata dalla protesta dei librai romani, che si ritengono danneggiati dal periodo - a ridosso di quello natalizio - e chiedono di spostare la data. Cosa ti senti di dire, in proposito, da titolare di una piccola casa editrice?
Più libri più liberi così come qualsiasi altra fiera editoriale per una micro-casa editrice è molto importante perché consente di farsi conoscere. Essere un micro-editore significa non essere presente sugli scaffali di tutte le librerie. Se si dovesse cambiare la data, in accordo con tutti, per me non c'è nessun problema.

Vuoi lanciare un appello alle librerie? Quello di sfogliare il nostro CATALOGO perché alcune libraie e librai pensano che i libri Settenove siano troppo connotati in termini femministi, che parlino solo di violenza di genere. In realtà i nostri libri non parlano soltanto di violenza, è un progetto integrato che attraverso tutti i volumi porta avanti un'idea, un progetto. I nostri titoli parlano di libertà. Cercano di smontare dei cliché, offrire un punto di vista diverso non soltanto rispetto al rapporto fra i generi ma anche rispetto alla diversità in senso più ampio.
 



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