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Cinegatto

PAGINA 69 #16

Eccomi nuovamente qui readers,
con un altro appuntamento dedicato alla Rubrica di Pagina 69 in cui abbiamo ospitato Elisa Cremone e il suo libro Acquazzoni  Isolati

Pagina 69

Se sei un autore emergente e vorresti anche tu il tuo spazio nella Pagina 69 pui inviarmi il tuo materiale a gattolibraio@libero.it

Autore Emergente se ti sei appena sintonizzato sul mio blog, il giovedì è dedicato a te quindi scegli come vuoi avere un po' di visibilità (segnalazione o pagina 69) e invia un email a gattolibraio@libero.it con il libro 

Sia per la pagina 69 che per la segnalazione dovrai inviarmi il seguente materiale:
- Libro da segnalare
- Piccolo estratto a piacere del libro
- Biografia
- Foto autore/autrice o qualcosa che vi rappresenti

Avviso: Tutte le email sprovviste di questo materiale non saranno neanche prese in considerazione

Ricordo che la rubrica è stata ideata da Ornella di Peccati di Penna.
 
ACQUAZZONI ISOLATI - ELISA CREMONE

Genere:
Narrativa
Prezzo: € 19,60 (ebook € 3,99)
Editore: Independently published
Link Acquisto QUI
Elisa Cremone (Agrigento, 1998) laureata in lettere moderne all’università di Palermo, frequenta il corso magistrale di Giornalismo e cultura editoriale a Parma. Da sempre animata da una sincera passione per la scrittura, tenta ora il suo esordio con la sua storia autobiografica, convinta che la condivisione sia un’arma potente e, in certi casi, un vero e proprio dovere.

ESTRATTO
 
Quando tacqui, lei mi osservò e sorrise. Non capii cosa volesse intendere. Non ricordai più quello che avevo detto, ma sentivo un peso in meno. Mi annunciò che si vedeva che ero migliorata, che avevo una luce diversa. Mi bastò questo per sentire le flotte di sangue accorrere alle gote e colorarle, le mani tremolanti sotto il tavolo. In un attimo sentii come se il mondo intero mi si fosse posato sul braccio, al posto della zanzara, era piccolo ed io ero immensa. Io ero piccola ed era immensa la speranza che sentii rinascere nel ventre: ero migliorata io che ero una ansiosa patentata. Io, proprio io, ero migliorata. Mi bastò per percepire la piccolezza di quello studio, le dimensioni irrisorie di quei vocabolari che mi sarebbero scivolate addosso. Non sapevo se fossi migliorata o meno, mi sentivo a pezzi e quello era un momentaccio, ma non ci riflettevo. 
 
Me lo aveva detto lei, proprio lei e ci credevo. Mi parlò un po’ della sua scelta di usare quell’approccio, l’ascoltai con attenzione e condivisi alcune sue riflessioni, mentre per altre non potei trattenermi dallo storcere il naso. Le davo ragione una seconda volta: le dicevo che avevo scoperto fossi davvero legata al mio male. Le dicevo che no, non avevo trovato una strada, ma non mi ero mai fermata, ed era vero. Avrei confermato: raccontando ad entrambe ciò che avevo passato mi rendevo conto che avevo tanto da dire, che forse non mi stavo limitando solo a sopravvivere, in fondo, o forse sì. Non mi importava, perché ero migliorata, io, proprio io. Quando esaurimmo gli argomenti di conversazione ci guardammo entrambe per un pezzo. Poi fu lei a indirizzare la conversazione alla chiusura. Mi disse, lo ricordo benissimo, che avrebbe voluto vedermi di nuovo, che le sarebbe piaciuto riprendere la terapia. Io la guardavo e basta. Vedevo trecento me diverse in quella stanza. Tutti i momenti trascorsi tra quelle mura mi strisciavano addosso come vermi putridi. La guardavo e lei mi guardava. Guardavo negli occhi le mille me che s’erano aggiunte alla conta e che vedevo solo io. Guardai la sua assistente con la penna sospesa a mezz’aria e gli occhi fissi sul mezzo sorriso che non avevo trattenuto. Guardai i cipressi anch’essi in attesa, le imposte socchiuse, le sedie verdi sprofondate. Guardai il post-it giallo con sopra la data del mio prossimo appuntamento. Vidi il mio riflesso negli occhiali, non potei controllarlo: scuoteva il capo. 
 
Mi resi conto che lo feci anch’io. Feci spallucce, ma le dissi che in quel momento non sarebbe stata la cosa giusta per me. Ed era la verità assoluta: mi sarei sentita in gabbia in quella stanza scura, sconfitta, un’ansiosa patentata. Forse lo ero, forse ero un tappeto, ma se così fosse stato quel giorno finsi di non saperlo. Lei accettò il mio rifiuto, con un sorriso incredulo, poi mi augurò il meglio, la ringrazia e feci lo stesso. Salutai anche l’assistente. A quel punto guardai lo studio piccolo e adombrato, salutai quelle sedie verdi per l’ultima volta, chinai il capo di lato per salutare i cipressi, gettai uno sguardo in tralice al vocabolario polveroso. Salutai ancora le due compagne di un’avventura conclusasi, ormai, tempo prima. Chiusi la porta con calma, ma temporeggiai, il tempo di lasciare che tutte le me del passato uscissero appresso. Tutte lo fecero tranne quella in sala d’attesa. Le sorrisi e andai. No, non potevo cambiare il passato, ma quel giorno capii che potevo decidere di cambiarlo prima che fosse passato. La prof di religione fu contenta di vedermi sorridente. Mi sentii leggera quando uscii dal consultorio, non mi voltai neppure, ma vedevo alle mie spalle una folla di me correre in giro per il mondo. Forse le avrei rincontrate da qualche parte, forse mai più. Sapevo però che non sarei più ritornata. Una l’avrei lasciata lì. Un po’ mi dispiacque. Salii in macchina, svoltammo l’angolo. Guardai dallo specchietto per l’ultima volta quell’agglomerato grigiastro, lo salutai, mi salutai. Ormai era andato.

ELISA CREMONE
 
Elisa Cremone (Agrigento, 1998) laureata in lettere moderne all’università di Palermo, frequenta il corso magistrale di Giornalismo e cultura editoriale a Parma. Da sempre animata da una sincera passione per la scrittura, tenta ora il suo esordio con la sua storia autobiografica, convinta che la condivisione sia un’arma potente e, in certi casi, un vero e proprio dovere.

Allora che cosa ve ne sembra? Vi ho incuriosito? Correte ad acquistarlo... 
    

  

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