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CINEGATTO: UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Woody Allen e la sua poesia. C’è chi lo ama e chi lo odia, io mi sento nel mezzo: non odio affatto i suoi film, hanno la capacità di intrattenere con pensieri poco leggeri in un contesto leggero, senza mai annoiare; ma non lo amo, ovvero non sono tra le prime persone a sedermi in sala aspettando l’uscita del suo film.

Scheda Film

Una commedia romantica che racconta la storia di due fidanzatini del college, i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York vanno in fumo non appena mettono piede in città. In Italia al Box Office Un giorno di pioggia a New York ha incassato 3,5 milioni di euro .

Gatsby e Ashleigh hanno deciso di trascorrere un fine settimana a New York. Lui viene da New York e non vede l'ora di mostrare alla fidanzata la sua città natale e lo charme vintage dei suoi luoghi di predilezione. Lei viene da Tucson, Arizona, e si occupa del giornale della modesta università dove si sono incontrati. Élite urbana e provinciale, Gatsby e Ashleigh sono complementari e innamorati. Ma non basta, soprattutto a New York in un giorno di pioggia che rovescia acqua e destini.
UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Allen ci ha mostrato, a mio parere, diverse fasi della sua carriera, o meglio, personalità. Io e Annie analizzava una relazione – anzi, più di una – finita, e la frenesia del personaggio di Allen era quasi fastidiosa. Ricopriva il ruolo di un acculturato perfettino pieno di strategie per ogni situazione, esagerato nel sesso, socialmente distanziato, egoista e allo stesso tempo con un pensiero per chi non è privilegiato quanto lui. Ricordate? Gli anni passano tra film memorabili, da Manhattan,a Hannah e le sue sorelle, Tutti dicono I love you.  

L’amore per New York rimane, così come le storie incentrate su monologhi a volte solitari a volte camuffati in dialoghi alla ricerca di un’analisi sulle relazioni che smettono di funzionare (se mai hanno funzionato), con una introspezione accurata e dettagliata all’interno delle varie personalità. Così questo intreccio di psicoanalisi e cinema è da sempre il marchio distintivo di Allen, che poi però si mette un po’ da parte. Midnight in Paris, To Rome with love, Irrational man, tutti film che hanno conservato il monologo/dialogo al primo posto, abbandonando un po’ la nevrosi di Allen per spostare l’attenzione sulla nuovissima e personalissima nevrosi dei protagonisti, ognuno lì per raccontare la parte del suo carattere che più lo perseguita. 


Ed è così che giungiamo all’ultimo film per il momento prodotto, Un giorno di pioggia a New York. Torna Manhattan e il focus su un tratto distintivo e di spicco di ognuno dei protagonisti, ma non torna Allen, che rimane dietro la macchina da presa e da scrivere. È come se avesse iniziato con l’introspezione per poi negli anni essere in gradi di spostare i riflettori verso gli altri, azione probabilmente necessaria per descrivere al pubblico qualcosa che non poteva comprendere se non parte di lui. Da dentro a fuori, per lui e per noi.

Apprezzo tantissimo questa operazione, per questo non ho una “fase” preferita nella sua filmografia, che mi sembra molto in linea con il suo carattere e le sue idee, quasi continuativa e non dissezionabile. Messi insieme, i suoi film raccontano tanto di tutto, che li si ami o meno, come dicevo all’inizio. Dunque in Un giorno di pioggia a New York il protagonista è Gatsby (Timothée Chalamet), un ragazzo benestante fuorisede per gli studi universitari, innamorato di Ashleigh (Elle Fanning), aspirante giornalista sbarazzina e ambiziosa. Un viaggio di lavoro a New York, città natale di Gatsby, sarà lo spunto di riflessione perfetto per il ragazzo, che si vede totalmente messo da parte quando Ashleigh viene gettata come intervistatrice nel mondo delle star. Tra attori, registi e party, lei viene rapita da quel mondo scintillante che ne tira fuori la vera natura, un mix tra una fangirl e un’aspirante vip; mentre lui, è costretto a rimanere da solo in quella che pensava potesse essere una vacanza con la sua amata.


È possibile confondere “l’amore per l’amore” con l’amore per una persona qualsiasi? Questo sembra chiedersi per tutto il tempo Gatsby, resosi conto delle enormi differenze tra lui e Ashleigh. È possibile e spesso accade di confondere l’essere innamorati dell’amore – quella voglia di amare, essere amati e trovare la persona giusta con cui condividere la vita – con l’illusione di personificare l’amore e tutto ciò che vogliamo da esso in una persona (sbagliata).

Il lungo monologo interiore di Gatsby è incentrato su questo, una scoperta di sé stesso che parte dallo specchiarsi su un altro e vedere la propria immagine molto distorta. Scoprire sé stessi porta a capire il passato, a rivalutare le scelte del presente e a non accontentarsi più per il futuro, con una rinnovata e giustissima determinazione. Lo sfondo ideale per tutto questo non può che essere New York, e non solo Allen lo pensa.


Potrebbe essere definita la città dell’anima, in cui troverai senza ombra di dubbio ciò che cerchi o ciò di cui hai bisogno. In altre parole, se pensi di essere nel giusto, New York ti scaraventa contro ciò che ti serve per darti una svegliata. È davvero così, non sono solo racconti che circolano, ve lo posso garantire. Forse per questo certe storie e in particolare il tipo di film di Allen non possono che essere girate a New York: la città è parte viva e integrante della trama, senza di essa non potrebbe trovare il suo snodo narrativo.

Nei film di Allen, e dunque anche in questo film, sarebbe sprecato parlare di tecnica, analizzare freddamente le scene; perché lui è tutto testa, monologhi interiori, pensieri, grandi tematiche a volte romantiche, altre volte letterarie, psicologiche, esistenziali. Sono film che prima o poi colpiscono tutti, perché gli interessi e le personalità analizzate sono le mille sfaccettature dell’essere umano.

Che altro dire, Buona visione!


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