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INTERVISTANDO... ANNALISA ARCOLEO

Buon pomeriggio readers,
oggi vi ripropongo le domande fatte alla bellissima presentazione di domenica del libro "Il suo nome è Alex" della mia amica, nonchè collaboratrice del blog, Annalisa Arcoleo.
Riassumendo brevemente, “Il suo nome è Alex” è il terzo romanzo pubblicato da Annalisa con la casa editrice Augh! Edizioni. La storia ripercorre la vita di Alex, salvato dalla strada quando era ancora in fasce durante la notte della vigilia di Natale. Il suo mondo inizia lì, con il gelo e il distacco dall’unica persona che poteva proteggerlo, sua mamma, che viene a mancare nell’indifferenza della gente. Partiamo proprio da qui.

Come mai hai deciso di iniziare il romanzo con una scena così forte?

Perché l’indifferenza è una delle cose più forti e presenti nel mondo. Non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma ogni volta che si sceglie di voltare le spalle, di non decidere, di non vedere, facciamo male agli altri e a noi stessi. Nessuno è invisibile e nessuno merita indifferenza, né persone né situazioni; anzi, non far nulla è la risposta peggiore che possiamo dare. Il mondo di Alex inizia con la cruda verità più diffusa, con la conoscenza dell’indifferenza. Eppure il suo percorso se ne discosta totalmente: diventa una persona più disponibile ad aiutare gli altri che sé stesso, a dimostrazione che si può scegliere chi essere, indipendentemente dal passato.


Il romanzo prosegue con la vita di Alex in orfanotrofio e la sua paura del mondo esterno: non riesce a lasciare quelle mura, ad attraversare il cancello. La prima parte del libro è incentrata sul suo rapporto altalenante con sé stesso e con gli altri bambini ospiti della struttura. Ma c’è una ragazzina di nome Sarah che sembra rivoluzionare la sua vita.

Sarah è la parte migliore di lui, lo costringe a tirar fuori il coraggio e ad agire. Purtroppo i due ragazzi vengono separati molto presto a causa della chiusura dell’orfanotrofio, e della divisione in case famiglia differenti. Ma ciò che mi interessava raccontare è come una persona possa influenzare totalmente la tua vita di al di là della quantità di tempo che avete trascorso insieme. Alex si porterà Sarah dentro di sé per sempre, lei è presente in ogni azione, ogni gesto e ogni pensiero. Sono legati dalla promessa che un giorno lui troverà il coraggio di superare le sue paure e affrontare il mondo esterno per lei, per ritrovarla. Forse possiamo paragonare Sarah al grillo parlante, a una coscienza che spinge Alex a crescere, a guardare in faccia i propri limiti. Nessuno è perfetto, ognuno di noi ha parecchie lacune, difetti, mancanze; eppure arriva sempre un momento in cui il destino ti pone davanti a una persona migliore di te in qualcosa, che ti fa venire voglia di essere migliore, alla sua altezza magari. Non si tratta di invidia, anzi il contrario: è la stima e l’apprezzamento che porta a lavorare su sé stessi.

Parlando proprio di Sarah, per Alex diventa una figura molto importante e visto che con il tempo posso dire di aver imparato a conoscerti almeno un po', come Sarah, sei una persona allegra, positiva, energica e intelligente. Quanto c'è di te in questo personaggio?

Io sono molto grillo parlante, infatti! Predico benissimo (a detta degli altri) e poi faccio del mio meglio per razzolare altrettanto bene, ma non sempre ci riesco. Però non sono nemmeno criticona, perché so quanto è difficile lavorare su sé stessi. Non mi piace imporre le cose, ma aprire gli occhi laddove vedo un po’ più chiaro di altri, e voglio che gli altri facciano lo stesso con me. Non possiamo renderci conto delle cose tutti insieme nello stesso momento: qualcuno sarà più bravo, più sveglio, più pronto, più informato su qualcosa, qualcun altro su dell’altro. È indispensabile che ognuno faccia la sua parte nell’aiutare, quando è pronto. Sarah è così e io in questo mi rivedo molto, come nella sua fantasia e nell’indomabile desiderio che tutto sia “magico”, circondato da quella nuvola fiabesca di cui ho sempre sperato si colorasse il mondo!

Piccolo giochino: ti faccio la stessa domanda che Alex ha fatto a Sarah... "Qual è l'amore vero, secondo te"?

L’amore vero per me è tutto ciò che ti rimane nel cuore per sempre: può essere l’amore per il partner, per gli amici, per i genitori, per i nonni, per gli animali domestici, per un luogo. Non esiste un tipo di amore, non siamo tutti uguali. Personalmente ho sempre sperato nella favola del principe azzurro – appunto! – e l’amore più grande per me è quello romantico. Come molte donne, anche io sono passata per quei finti amori che si scambiano per veri. Per fortuna, negli anni, ho modellato questo concetto e ho capito che esiste un solo tipo di amore romantico, che di sicuro non è quello che ti fa del male, che ti fa piangere, che ti fa sentire inutile, che ti disprezza, che non è presente, che ti lascia da sola, ma quello che ti migliora. Tutto un giro per capire una cosa, che mi ha portata al punto di partenza: avevo ragione io e tutte quelle bimbe che giocano alle principesse, il vero amore ti fa sentire bella, amata, apprezzata, unica e mai sola. Ti migliora, e dall’altra parte sai che è lo stesso. Non pensate al principe in calzamaglia, è abbastanza fuorviante! La Disney nel corso degli anni si è espressa meglio su questo concetto, fortunatamente per le bambine di oggi. Il mio significato di amore oggi mi è stato insegnato e dimostrato dalla persona che ho accanto, ed è esattamente quello che speravo fosse quando anche io giocavo a fare la principessa.

Nel libro i ragazzi scoprono un giardino segreto, ma è proprio grazie alle tue parole che se ne avvertono la magia e l'essenza. Qual è il tuo giardino segreto?

La sala del cinema! Mi ricordo il primo film in assoluto che ho visto in una sala cinematografica, era Aladdin della Disney (si spiegano tante cose adesso). Mi ha talmente affascinata da essermi innamorata di quella magia che solo il cinema ha, e infatti tutto il mio percorso – e la mia vita in generale – ruota da sempre intorno al cinema. È il momento che preferisco, si spengono le luci e partono una serie di immagini che danno forma a una storia, e c’è tutto in ballo: sentimenti, vita, interpretazione, sacrificio di anni e anni di produzione e cast. È per questo che spero di cuore che il cinema non muoia, non è paragonabile la magia di una sala con un film visto in televisione, ti distrai e non entri mai fino in fondo nella storia.



Uno dei bambini dell’orfanotrofio si chiama Pietro ed è autistico. Come mai hai scelto di parlare di questo argomento?

Bisogna dire che la storia principale di questo romanzo è nata molti anni fa, ma era a mio parere incompleta. Mancavano delle sfumature necessarie per farlo diventare quello che avrei voluto, e il motivo era semplicemente che non ero pronta io. Non avevo mai approfondito nella vita reale alcuni aspetti che erano presenti nel romanzo, ma non abbastanza trattati. Con la pubblicazione del secondo romanzo ho conosciuto i volontari della Onlus Io Domani, e con loro tanti guerrieri che ogni giorno trovano la forza per sorridere alla difficoltà. Molte volte, però, si torna al punto iniziale del romanzo, ovvero all’indifferenza: non tutti sono in grado o vogliono prendersi carichi troppo grandi, e nel caso di bambini – ad esempio – affetti da autismo, questo succede spesso. Ho già ribadito in altre occasioni che non siamo tutti uguali e in grado di affrontare situazioni a noi sconosciute, ma proprio per questo esistono volontari, specialisti, associazioni, medici e molte altre figure di sostegno e di supporto essenziali nella vita sia dei genitori che dei bambini/adulti in questione. Ho scelto di parlare di questi argomenti perché ho ascoltato tante storie di persone etichettate in qualche modo e viste come un problema: non lo sono. Ci sono tantissimi modi per affrontare ogni cosa, e sono tutti vincenti se dietro c’è tanto amore e il supporto di chi davvero può aiutare.

Alex è costretto a oltrepassare il cancello dell'orfanotrofio che per anni è stata la sua coperta di Linus. Ha paura del mondo esterno, paura presente anche quando, con un salto temporale, ritroviamo un Alex trentenne. Vogliamo sapere (o almeno io eheh) la tua paura più grande e in che modo sei riuscita a superarla.

E chi ti ha detto che sono riuscita a superarla?! Ho paura del vuoto e non ho intenzione di lanciarmi con un paracadute per superarla, me la tengo, conviviamo benissimo (più o meno). Scherzi a parte, ci lavoro ogni giorno, non mi metto nessuna fretta, però voglio superarla: quando non riesci a prendere una scala mobile perché non puoi guardare giù, in qualche modo, seppur in minima parte, ti condiziona la vita! E io non voglio essere condizionata. Ci vorrà tempo perché è giusto che sia così, ma proprio dandomi quel tempo sto aiutando me stessa a superarla e a capire che in realtà non c’è nulla di cui aver paura.

Nella seconda parte vengono messe due generazioni a confronto, quella dei bambini, rimasti senza famiglia per cause diverse, e quella degli anziani, rimasti soli o semplicemente "dimenticati"... è un cerchio che si ripete?

Sì! Mi ha sempre fatto riflettere come tutto inizi e finisca allo stesso modo: i bambini sono indifesi e smarriti, come gli anziani, con la differenza atroce che alcuni di loro hanno perso quella scintilla negli occhi di cui parla Nicola nel romanzo (e che per fortuna lui ancora ha). Crescendo torniamo bambini, sappiamo molte più cose, ma a volte le dimentichiamo. Nel caso specifico dei protagonisti, i bambini sono abbandonati ancor più degli anziani, perché non hanno una famiglia che li va a trovare nemmeno una volta ogni tanto. Loro la famiglia devono costruirsela tra quelle mura, in attesa di genitori che li portino con sé.

"L’ultimo segreto per una vita lunga è non perdere mai quella scintilla": questo è il grande segreto di Nicola, un personaggio saggio, fantastico come tutti gli anziani della casa... vuoi parlarci di questo suo segreto?

È il mio personaggio preferito, anche se compare poco rispetto agli altri. In ogni romanzo metto un mio piccolo personalissimo omaggio all’artista che più di tutti mi ha influenzata con la sua personalità e i suoi lavori: Robin Williams. La sua comicità, i suoi occhietti luccicanti e i suoi messaggi mi hanno colpita sempre, fin da bambina. A Nicola è toccato rendergli un piccolo omaggio, questa volta, citando in parte una delle frasi storiche di Robin: “Vi è data solo una piccola scintilla di follia, non perdetela”. Lui segue questo insegnamento, per me uno dei più importanti, ed è questo che lo rende diverso dagli altri. E speciale.


Il punto centrale del romanzo è una promessa fatta da Alex a Sarah da piccoli: scrivere ogni giorno su una sorta di diario ogni esperienza importante vissuta, ogni persona incontrata, in modo che un giorno lui la ritroverà, le farà leggere i suoi racconti e sarà come se non si fossero mai perduti. Cosa vuol dire questa promessa per Alex?

Vuol dire superare la sua più grande paura, quella del mondo esterno. Tutto ciò che sa del “fuori” è che si tratta di un mondo che gli ha portato via l’unica figura genitoriale presente nella sua vita, mentre del padre non ha mai saputo nulla e mai è stato cercato da lui; ha visto altri bambini abbandonati in orfanotrofio e, successivamente, ha ascoltato le storie di vita degli ospiti anziani della casa famiglia che hanno perso quella famosa scintilla, almeno alcuni di loro. Allo stesso tempo sono stati proprio quei racconti a far accendere la curiosità in Alex, perché ognuna di queste storie concordavano su un punto: nonostante la vita sia difficile, vale davvero la pena di essere vissuta. Affrontare le difficoltà pur di vivere ogni cosa è ciò che meglio descrive il mondo là fuori, e anche Alex sente il desiderio di vederlo coi propri occhi.

Vorrei riallacciarmi adesso ai due romanzi precedenti. Nonostante si parli di libri autoconclusivi, "Il suo nome è Alex" completa la trilogia iniziata con "Runk – Una Vita in Trenta Giorni" e "Il viaggio di Runk". In cosa essi sono comuni?

Sono tutti romanzi che trattano il tema del viaggio e del tempo: il primo, Runk – Una vita in trenta giorni, parlava del viaggio di Mario nel suo passato, alla ricerca – molto accelerata, in quanto pensava di avere gli ultimi trenta giorni di vita – del sé stesso perduto, ovvero di tutto ciò che voleva essere e che ha dimenticato crescendo. Il secondo romanzo, Il viaggio di Runk, ha come protagonista il robottino Runk e il suo viaggio, in questo caso fisico, attraverso il mondo e la scoperta delle sue sfaccettature: come Alex, anche lui verrà in contatto, ma in prima persona, della bellezza e della cattiveria che compongono la vita. L’ultimo viaggio è quello di Alex, attraverso luoghi, storie, tempi raccontati da altri e dai libri che tanto ama leggere. Sono viaggi diversi, alcuni fisici altri mentali, ma tutti formativi, di crescita. Ognuno di loro ne esce trasformato nel tempo, e ho sempre trovato interessante come tutto cambi e si modifichi sotto questi due enormi fattori di spazio e tempo, sia che usciamo dalla nostra stanza sia che assorbiamo passivamente.


Qual è il messaggio che vorresti dare con questa trilogia di viaggio e tempo?

Il messaggio che vorrei dare è che non importa come avviene il miglioramento in noi – unico cambiamento necessario –, ma che bisogna rimanere sempre fedeli alla parte più vera di sé, quella che sentivamo molto forte in noi da bambini: chi volevamo diventare, cosa vedere e conoscere. Crescendo riempiamo di polvere le cose importanti, ma restano lì. Che sia il “vero” Mario o la promessa di Alex, non bisogna dimenticare ciò che faceva parte di noi: bisogna mantenere vive quelle passioni e desideri, vivere con gli occhi di un bambino, apprezzando ogni cosa. E poi sfruttare il tempo per diventare migliori e aiutare gli altri a fare lo stesso. È quello che fanno tutti e tre i protagonisti dei romanzi, ognuno a modo proprio. Se lo facessimo tutti, credo sarebbe davvero il mondo delle fiabe che vorrei.




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