. CINEGATTO: IL DIAVOLO RIVESTE PRADA E LO FA NELL’ETERE DEL MONDO MODERNO - Il Salotto del Gatto Libraio CINEGATTO: IL DIAVOLO RIVESTE PRADA E LO FA NELL’ETERE DEL MONDO MODERNO - Il Salotto del Gatto Libraio

Fumettilandia

Cinegatto

LeacchiappaVip

CINEGATTO: IL DIAVOLO RIVESTE PRADA E LO FA NELL’ETERE DEL MONDO MODERNO

  Da oggi al cinema Il Diavolo veste Prada 2!


Scheda Film




A quasi vent'anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andy, Emily e Nigel, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno del 2006 che ha segnato una generazione.

 

IL DIAVOLO RIVESTE PRADA E LO FA NELL’ETERE DEL MONDO MODERNO

NON PROSEGUITE CON LA LETTURA SE NON VOLETE SPOILER!!!!



Quando Il Diavolo veste Prada di David Frankel uscì al cinema era il 2006 io ero una studentessa di liceo di 16 anni. Probabilmente non mi sono mai resa conto del parallelismo tra quella che sarebbe stata la mia vita da lì a poco e la trama di quel film finché, qualche giorno prima del rilascio del sequel, un mio caro amico non me l’ha fatto notare: anche io sono stata una stagista a New York per un giornale di moda. Volevo scrivere di cinema ma, come spesso accade, la gavetta si fa un po’ dove capita. Ho vissuto come Andy (Anne Hathaway), sempre di corsa, alla ricerca dell’idea più brillante, nella speranza che qualcuno riconoscesse le mie capacità nel campo che volevo. Per mia fortuna, non ho avuto un boss come Miranda (Meryl Streep), bensì una donna decisa ma molto dolce. C’era anche l’assistente bravissimo nello scegliere i vestiti con cui mandarmi agli eventi, come Nigel (Stanley Tucci). E riflettendo su questo parallelismo ho capito una cosa: Il diavolo veste Prada può piacere o non piacere, ma è iconico e universale. Parla dei sogni dei giovani, di sacrifici, di ingiustizie, di compromessi e di frustrazione, di inciampi e dell’eterna lotta con un superiore arrogante. Parla anche di quel superiore arrogante, che ne ha viste di tutti i colori e che ha affinato un certo istinto di sopravvivenza per evitare perdite di tempo. All’epoca il film non mi colpì particolarmente, ma oggi vedendo l’affetto del pubblico per questo titolo e le ispirazioni che ha poi lanciato nel mondo della tv e non solo (vedi Emily in Paris), sono felice che sia stato girato il suo sequel perché, incredibile ma vero, l’ho preferito al suo predecessore. 





Non inorridite, ora vi spiego! Ne Il diavolo veste Prada 2 ritroviamo i personaggi di sempre ma a distanza di 20 anni. L’espediente narrativo che fa tornare Andy tra le grinfie di Miranda è dato dal suo inaspettato licenziamento dal direttore del giornale per cui scrive la talentuosa giornalista e, contemporaneamente, dal bisogno di rinnovare l’immagine di Runway per evitare scandali mediatici relativi a collaborazioni inopportune venute a galla in poche ore. Ritroviamo anche il personaggio di Irv (Tibor Feldman), artefice – anche se non del tutto – della riassunzione di Andy a Runway. Sia Miranda che Andy hanno in realtà un nemico comune da affrontare: non la crisi del giornalismo o la mancanza di click, ma la trasformazione avvenuta nell’ultimo ventennio. Succedono parecchie cose in un lasso di tempo così lungo, carriera e vita privata possono essere sconvolte totalmente. Ma in questo caso, ciò che è stato stravolto davvero non è la relativamente minuscola catena di eventi nelle vite di qualcuno ma il mondo intero. Nel 2026 viviamo nell’etere, come suggerisce Nigel parlando della sua Runway, non più cartacea ma una lettura digitale da scrollare mentre si fa pipì. Se 20 anni fa potevo essere Andy, oggi mi sento molto vicina a Miranda: non riesco a lasciar andare quella nostalgia per un mondo con meno tecnologia e più umanità, con un senso di estetica e di precisione che ricercava la particolarità in un prodotto, riviste cartacee e articoli compresi. Se adesso l’obiettivo primario è creare un contenuto che faccia parlare di sé per un po', che catturi in pochi secondi gli occhi dei curiosi, prima ciò che impegnava intere giornate era la cura per poche, semplici creazioni. Miranda e Nigel hanno passato la loro vita a occuparsi di dettagli, di cinture dalle sfumature leggermente diverse da abbinare nel migliore dei modi a un vestito, di accessori in grado di risaltare un look, di realizzare una copertina che parlasse attraverso la fotografia ancor prima che con le parole. Tutto era così umano. Dai successi agli errori, dalle emozioni alle condivisioni. Proprio questa difficoltà di resistere in un nuovo mondo fatto di social, likes, followers, key words, hashtag, slang, termini anglofoni per identificare qualsiasi cosa, nuove generazioni che ereditano l’impero dei papà e censure political correct è al centro del film. Miranda – che nel primo film sembra un agnellino in confronto ai veri horrible bosses che abbiamo oggigiorno – porta ancora una volta sullo schermo la sua classe e il suo talento manageriale, questa volta con molta più ironia. Con circa 30 cambi d’abito (e una cinquantina per la Hathaway!) Meryl Streep è ancora più strepitosa che nel primo film. È incredibilmente divertente ascoltare le sue battute acidognole e nel contempo ammirarla mentre non si scompone affatto. La sua bellezza viene esaltata nella scena della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, scenario perfetto per una donna che ha gusto e intuito, che non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno, ma che sa anche quando è il caso di mettersi un po’ da parte. La sua umanità viene fuori nel rapporto con Nigel, fedele amico e collaboratore da sempre, parte integrante e fondamentale di Runway. E proprio l’umanità salva la rivista da un’acquisizione improbabile: la delicatezza delle domande di Andy, la buonafede di Miranda, il loro impegno nel preservare qualcosa di unico e senza tempo viene percepita da Sasha Barnes (Lucy Liu), una donna che ama la bellezza dell’arte, che apprezza di essere vista per ciò che è e non per l’uomo che ha scelto di sposare o di lasciare. In contrapposizione, i personaggi di Emily (Emily Blunt) e Benji (Justin Theroux) mostrano un lato diverso della corsa al potere e al successo: Emily cerca la sua vendetta su Miranda, ma conosce i suoi limiti e sa che il suo posto non è a capo di Runway. Cerca lo stesso di sfruttare i soldi e l’innamoramento di Benji a suo favore, ma il tutto appare come una serie di stories di un’aspirante influencer che cerca di fare qualcosa senza capire effettivamente cosa. E poi Emily appartiene alla generazione di Andy, ovvero alla via di mezzo. È bella, in gamba, ha fatto la sua gavetta, ma non ha “quel qualcosa” che solo Miranda ha, quel potenziale nel gestire un impero. Emily è brava nel suo lavoro quanto Andy lo è nel suo, la prima ha un gusto innato per la moda e il retail, la seconda un talento per la scrittura e il loro posto era già stato trovato. 






Nella corsa per digitalizzare il tutto, per rendere i contenuti virali ma non profondi, si sceglie di lottare per l’umanità, per la realtà, per la concretezza. Ci sono dei personaggi che rappresentano una via di mezzo, come quello di Helen J. Sten che interpreta una new gen incantata dalla fama di Andy e pronta a imparare da lei, ma al tempo stesso così pratica nella tecnologia da essere in grado di usarla a favore anche di Andy. C’è la nuova assistente, Amari (Simone Ashley), a metà tra una giovane Miranda e un’incarnazione di ogni modernità prima citata. Nell’arco delle due ore di film vediamo interfacciarsi varie generazioni con diversi punti di vista, il che rende molto completo e interessante lo sguardo sul mondo attuale ma anche sull’umanità e su cosa voglia dire essere umani. Assistiamo a un riepilogo di ciò che è cambiato, ci interroghiamo su dove si voglia andare a parare, ci schieriamo e comprendiamo molto bene l’importanza di salvaguardare l’artigianalità, la creatività, la scrittura, la concretezza, la realtà. Questo viaggio mano nella mano con le nostre vecchie conoscenze è più importante di quanto potessi immaginare, se intrapreso nel modo giusto rimane dentro a sussurrare di riflettere sulle questioni sollevate da una commedia che questa volta non vuole essere troppo leggera. E proprio per tutti questi motivi Il diavolo veste Prada 2 non poteva nascere prima: serviva questa sceneggiatura. 






                                                

Nessun commento

Powered by Blogger.