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INTERVISTANDO... MARCO MILONE

Buongiorno reader
oggi ospitiamo lo scrittore Marco Milone che ci porterà all'interno dell'arte giapponese dell'ukiyo-e. Il suo libro, "Ukiyo-e Il periodo classico", verrà approfondito nella recensione online da domani qui sul Salotto del Gatto Libraio!

 
Da dove nasce la passione per il Giappone e, in particolare, per la sua arte?
Premesso che, essendo figlio della “Goldrake generation”, ritengo sia naturale subire il fascino e l'influenza della cultura giapponese, tuttavia tutto è avvenuto in modo casuale e spontaneo. Affascinato dai giochi da tavoliere, incominciai a guardare con curiosità le varianti scacchistiche, appassionandomi poi allo shogi, ovvero gli scacchi giapponesi. Da lì ho incominciato a studiare la lingua, innanzitutto per potere accedere alla letteratura shogistica e poi per comunicare con i giocatori professionisti durante i tornei; fu lo studio dello shogi che mi diede l'occasione di osservare le differenze culturali tra il “nostro” e il “loro” pensiero scacchistico, inducendomi a studiare poi la loro cultura.

L’ukiyo-e (浮世絵) nel suo significato di “mondo fluttuante” si riferisce all’arte, ma non solo. La sua storia e il suo concetto è molto vasto, profondo e tocca da vicino l’intera cultura giapponese. Cosa ti affascina di più di questo piccolo kanji con un immenso significato?
È un vocabolo di cui potremmo discorrere per ore, celando di fatti un significato religioso nell'enfatizzare la caducità della vita dell’uomo, il suo essere effimero e fugace. Però, ciò che mi affascina è la reinterpretazione lessicale che ne fa lo scrittore Asai Ryoi nel suo “Ukiyo monogatari”, adattandolo al contesto dell’epoca e alle nuove esigenze dei cittadini di Edo, per descriverne con efficacia uno stile di vita spensierato, a tratti noncurante e melanconico, vicino anche a un’idea di vacuità e di evanescenza, ovvero un “mondo fluttuante” da vivere nel quotidiano. 

Quali delle scuole che presenti nel libro hanno attirato maggiormente il tuo interesse?
Le scuole che personalmente mi affascinano maggiormente sono la scuola Kitao e la scuola Torii: la prima per la capacità dei suoi artisti di cambiare stile e di adeguarsi alla censura della riforma Kansei, che limitava pure il numero dei colori da usare nelle stampe; la seconda sia  per l’uso caratteristico di colori esuberanti sia pure per la sua produzione di poster per gli spettacoli di kabuki e conseguentemente per la notevole influenza che avrà sul genere degli yakusha-e.

Quanta cultura nipponica – al di là del mondo di anime e manga – è presente nel popolo italiano, a tuo avviso? È una cultura che affascina sempre di più e che si sta diffondendo sul nostro territorio? 
Nonostante la distanza geografica e le differenze culturali, Italia e Giappone denotano caratteristiche simili e in questi anni stanno affrontando problematiche comuni e complesse come l’approvvigionamento energetico, il contrasto alle calamità naturali e l’invecchiamento progressivo della popolazione, con conseguenti impatti sui rispettivi sistemi di Welfare. 
Sicuramente le simili dinamiche socio-economiche ci rendono sensibili ai costumi giapponesi, tuttavia percepisco generalmente l'indifferenza della mia generazione verso la cultura giapponese se non come semplice modello di emulazione estetica. Ciò che mi stupisce è come un popolo ordinato e orientato alla valorizzazione dell'estetica come quello giapponese possa ricambiare oggi l'interesse culturale verso l'Italia, un paese che pur venendo da una grande tradizione culturale vive oggi una fase di decadenza nella creazione culturale. 

Nel tuo libro, attraverso una ricerca monumentale e attentissima, hai parlato di vari artisti, stili, scuole e allievi che hanno continuato il lavoro dei grandi maestri. Perché Katsushika Hokusai è l’artista più conosciuto?
Malgrado la versatilità e la genialità di Hokusai, banalmente ti direi che la casualità e “il marketing” hanno consentito la popolarità di questo artista, a scapito di altri, come Hiroshige, Sharaku e Yoshitoshi, che sono stati rivalutati più tardivamente.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera di Hokusai è l’influenza che ebbe sul fenomeno del giapponismo, che iniziò con una mania per il collezionismo di arte giapponese, in particolare ukiyo-e, di cui alcuni dei primi campioni furono visti a Parigi, quando all'incirca nel 1856, l’incisore francese Félix Braquemond scoprì casualmente un volume “manga” usato come imballaggio per delle ceramiche provenienti dal Giappone e lo diffondesse tra i suoi amici. 
Se infatti Hokusai ha influenzato il movimento dell'impressionismo, con temi che riecheggiano nelle opere di Claude Monet e Pierre-Auguste Renoir, o ancora nell'Art Nouveau o nello “Jugendstil” in Germania, non possiamo ignorare né che il collezionismo di arte giapponese abbia coinciso col rinvenimento casuale nel 1856 da parte dell’incisore francese Félix Braquemond di pagine del volume “Hokusai manga”, usato come imballaggio per delle ceramiche provenienti dal Giappone, né tantomeno che tra il 1896 e il 1914 furono pubblicate in francese tre biografie su Hokusai, scritte dai massimi critici del tempo, tra cui Edmond de Goncourt.

Monte Fuji, geishe, samurai, fiori di ciliegio, yokai: sono alcuni dei “pilastri” della cultura giapponese, rispettati e celebrati nel campo dell’arte e nel quotidiano. Perché sono punti cardine senza tempo nell’arte e nella cultura giapponese?
Già nell'antichità il Giappone ha saputo creare un proprio immaginario pop che oggi nei manga, nelle anime e soprattutto nei videogiochi viene reinterpretato in chiave moderna, rendendolo più appetibile al pubblico. Storicamente parlando, il Giappone è stato il primo paese a riconoscere il ruolo culturale degli aspetti dei new media nella società giapponese e internazionale, proprio perché aveva già codificato un linguaggio pop: e se la prerogativa tipica dell’ukiyo-e era mostrare gli intrattenimenti della classe media, oggi assistiamo alla realizzazione di design nuovi ma comunque dotati di un significato intrinseco coerente con la loro tradizione, facendo quindi emergere come la ricchezza della cultura popolare giapponese non si sia mai impoverita. 

Cosa possiamo imparare dall’arte giapponese?
Personalmente quel che mi affascina è la capacità dell'artista sia nell'ukiyo-e che nello shodo di mantenere originalità ed eleganza nella sua codificazione, attraverso una gamma vastissima di declinazioni della linea e del colore che, non a caso, nella letteratura occidentale è stata considerata troppo artificioso e incline al puro decorativismo.  
L'ukiyo-e rispecchia il passaggio culturale dall’antico Giappone a quello rinnovato, conservando, reinterpretando e trasmettendo i valori della tradizione, senza però rinunciare alle sue ribellioni dalle forme del passato e narrativizzando l’uso di nuove forme artistiche e alcuni grandi temi della cultura, della mitologia e della storia giapponesi.
Potremmo quindi dire che sia la libertà con cui l'artista adesso sceglie il soggetto da raffigurare che segna l'inizio di una nuova era della pittura giapponese, che diventerà fonte di ispirazione in Europa per l’Art nouveau per gli impressionisti, e altri artisti come Van Gogh, Degas e Klimt. E questa reciproca influenza tra l'arte occidentale e l'arte orientale, di fatto, destabilizzerà il concetto alla base della tradizione figurativa nipponica che poggiava su una traduzione lineare e cromatica dell’infinita varietà del mondo fenomenico attraverso una ricodificazione del visibile che ne catturasse l’essenza della vita e il suo continuo divenire.

Hai in mente nuovi progetti riguardanti l’arte e la cultura giapponese?
Innanzitutto considero questo come il primo volume, essendomi concentrato sul periodo classico, e vorrei continuare analizzando il periodo moderno attraverso lo shin hanga e il sosaku hanga, e l'evoluzione della stampa dei nostri giorni nel kindai hanga sino ad analizzarne l'occidentalizzazione.
Però, ho anche altri progetti, dalla scrittura di un libercolo che esprima la filosofia dello shogi alla alla regia di due documentari, rispettivamente sul teatro giapponese e sul Fujyama.

Poeta, saggista e produttore cinematografico, lavora come business developer per la startup editoriale Column ed è membro del CDA della startup biomedicale Freedom Waves.

Ha cofondato la Undo Studios, per la quale ha gestito come direttore amministrativo il metaverso The Nemesis. In ambito cinematografico ha co-prodotto i film “Revengeance” e “La mafia non è più quella di una volta” e la webserie “Italica noir”. Come iamatologo ha pubblicato le monografie “Per un introduzione sugli emaki”, “Evoluzione e rappresentazione del gioco del go”, “Lo scintoismo” e “Ukiyo-e: il periodo classico”.

Appassionato di shogi, ha giocato in rappresentanza dell'Italia nella Yingde Cup (Shanghai, 2009-2010), al George Hodges Memorial (2011), dove ha vinto una medaglia, e all'International Shogi Festival (organizzato dalla Nihon Shogi Renmei, ma tenuto online per le restrizioni covid, 2021).
  


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