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GATTO TV: SQUID GAME

Sta spopolando nelle tv di tutto il mondo, è la serie del momento e non si parla d'altro: Squid Game è su Netflix. 



Scheda Serie TV


Squid Game è una serie televisiva sudcoreana di 9 episodi, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. I protagonisti sono persone in debito con i creditori, ognuno con la sua storia e la sua sfortuna. Si ritroveranno insieme in un gioco mortale, ma chi vince potrà portarsi a casa una cifra mai sognata fino a quel momento. 
GATTO TV: SQUID GAME
 

"Nella mia città lo chiamavano il gioco del calamaro, perché si giocava su un campo a forma di calamaro. Le regole sono semplici: i bambini si dividono in due gruppi, attacco e difesa; all'inizio la difesa corre normalmente entro i confini, mentre gli attaccanti all'esterno devono saltare su un piede solo. Se uno degli attaccanti percorre il centro del calamaro e supera la difesa, guadagna la possibilità di camminare liberamente su due piedi. Per qualche ragione, quando succedeva, lo chiamavano l'ispettore segreto. Dopo essersi preparati per la battaglia finale, gli attaccanti si riuniscono all'ingresso del calamaro. Per vincere gli attaccanti devono toccare col piede l'area segnata in cima al calamaro. Se il difensore ti spinge fuori dalla linea di confine del calamaro, muori. Esatto, muori. Una volta dato il tocco vincente si grida Urrà! In quel momento mi sentivo come se il mondo intero fosse mio. Al settimo cielo." 




Inizia con questo racconto, con una voce fuori campo di un protagonista adulto che ricorda un gioco della sua infanzia, in cui si divertiva con i suoi amici in attesa della chiamata della mamma per tornare a casa. L'unico scopo era divertirsi, il tempo scorreva veloce e la paura era di farsi male o di sporcarsi i vestiti, perché la mamma li avrebbe sgridati. Era amicizia vera, quella innocente e pura che si ha da bambini, così come lo erano la felicità e il divertimento. Poi succede che si cresce, che i problemi aumentano sempre di più, che le persone si perdono, che la felicità, il divertimento e la spensieratezza si allontanano ogni giorno un poco di più. Si cerca spesso, da grandi, di ricordare l'ultima volta in cui siamo usciti fuori a giocare con i nostri amici, e spesso non ci si riesce. Ah, se avessimo saputo che quella era l'ultima volta! Per i protagonisti di Squid Game questo momento ritorna, ma nella versione sadica, oscura e spaventosa che ricopre le vesti dell'età adulta: cosa rimane di un gioco per bambini se si toglie la sicurezza della finzione? Non resta un vincitore e tanti perdenti, ma solo tanti perdenti. 




Il focus della storia sta nel fatto che sono centinaia i giocatori a prendere parte a questa assurdità, ma la motivazione è meno assurda di quanto si pensi se proviamo a soffermarci un attimo sulla loro scelta: il regista ha più volte spiegato la disparità economica presente nel suo paese, intorno alla quale ruotano molti film sudcoreani. La vita spesso è un inferno, come viene sottolineato più volte. I protagonisti hanno problemi economici, sono in debito con i creditori, non hanno modo di guadagnare abbastanza, vivono nascosti. Il pensiero è: meglio vivere da fantasmi - che significherebbe il più delle volte non vivere affatto - o rischiare tutto e provare a vincere quei soldi? Ognuno ha una sua idea, ma qui ci dobbiamo soffermare sul pensiero di Squid Game e quanto il regista ci vuole raccontare. Un pensiero fatto di disperazione che ingloba una felicità dimenticata da tempo, nessuna possibilità di vivere serenamente e giornate tutte uguali, piene di angoscia e di dolore. Per questo i protagonisti entrano nel gioco, credendo di non aver ormai più niente da perdere, se non la vita ,che vita per loro non è più.




Questo è il tema di Squid Game, le ragioni dietro la sua storia, il tema angoscioso che va oltre alla similitudine con altri film, con la versione horror di giochi senza frontiere o altro (come ogni tanto si legge su internet). Adesso, per avere un quadro completo, dovrò per forza parlare della trama completa, dunque non continuate a leggere se non avete visto la serie. 








SPOILER!!!

"Seong Gi-hun. Quando eravamo piccoli giocavamo così, e le nostre mamme ci chiamavano per cena. Non c'è più nessuno a chiamarci."

Tristissima e realissima frase di Cho Sang-woo, amico d'infanzia di Seong Gi-hun e ultimo giocatore insieme a lui. Presentato come brillante, con un'ottima istruzione e successi lavorativi, Cho Sang-woo si ritrova a un passo dalla vittoria senza più la stima del suo amico e privo di scrupoli. La disperazione cambia le persone, lui ne è l'esempio. 




Seong Gi-hun è il vincitore che fino all'ultimo secondo dimostra di avere un grandissimo cuore. Non riesce a uccidere il suo amico, nonostante le sue azioni; vorrebbe rinunciare al montepremi pur di salvare le vite di entrambi; non accetta, neanche a distanza di un anno, che un gioco del genere possa continuare e trattare ancora le persone come dei cavalli da corsa. Si sentiva al settimo cielo quando vinceva da piccolo allo squid game con i suoi amici. Ora cosa resta? Non la felicità, come dimostra la sua vita dopo quell'esperienza, ma solo l'amarezza e la consapevolezza che niente potrà più essere affrontato con il sorriso sulla faccia tipico del personaggio - l'unico a sorridere anche nella foto scattata all'inizio del gioco. Il più gentile, il più ottimista, il più sensibile di fronte alle storie altrui, soprattutto alle loro morti. Basta qualche chiacchiera, per lui, per diventare amico di uno sconosciuto. Prima del gioco, era un eterno bambino, in casa con la madre che doveva portare i soldi a casa mentre lui si comportava da ragazzino immaturo. Dopo il gioco, lui è il vincitore, ma non la stessa persona. Non tocca un soldo del suo montepremi, preferisce rialzarsi da solo. Continua a credere nell'umanità nonostante l'orrore a cui ha assistito, a fidarsi della gente e ad andare avanti con i suoi ideali - come mostra la scena finale - seppur con un atteggiamento diverso.




"Tu lo sai cosa hanno in comune una persona senza soldi e una che di soldi ne ha troppi? Per entrambi vivere non è divertente. Se hai troppi soldi non importa cosa compri, mangi o bevi, tutto alla fine diventa noioso", dice Oh Il-nam. Inizialmente si pensava avesse partecipato al gioco a causa del tumore al cervello, consapevole che in ogni caso non avrebbe avuto molto altro tempo da vivere. Si svela poi uno dei partecipanti dietro le quinte del gioco - personaggio totalmente in Saw style -, ma le sue intenzioni non sono cattive: Oh Il-nam, infatti, non influenza mai il gioco (anzi, è decisivo nell'uscita del gruppo, accortosi che in troppi non volevano continuare), è un partecipante vero e proprio, con il solo scopo di divertirsi e di ritrovare qualcosa di perduto.




"Perchè hai deciso di entrare nel gioco?", chiede Seong Gi-hun.
"Quando ero bambino mi divertivo moltissimo, qualunque cosa facessi con i miei amici, tanto da perdere la cognizione del tempo. Volevo provare le stesse sensazioni un'altra volta, prima di morire. Non è una cosa che si prova stando a guardare, come pubblico. Volevo quella sensazione. Grazie a te ho potuto ricordare cose del passato che avevo dimenticato da tempo; è passato tantissimo tempo da quando mi sono divertito così", risponde Oh Il-nam. 


Un cattivo non cattivo, responsabile per le sue azioni dietro le quinte, ma non nel campo. Responsabile, come tutti gli altri, di aver ideato un meccanismo terrificante poggiando sulla disperazione umana, spinti dalla noia di aver visto e fatto di tutto. Ma questa non è la vera e unica motivazione, come lui stesso ammette nel discorso. Voleva provare la felicità perduta, e chissà se anche per i VIP non c'è una motivazione più profonda dietro la banalità del male. Fatto sta che il gioco è reale, che da un lato ci sono persone che hanno materialmente tutto dalla vita (solo materialmente a quanto pare), e dall'altro ci sono i giocatori che non hanno nulla, e che a causa del denaro non possono neanche godersi gli affetti che invece hanno. Chi è disposto a perdere la vita per i soldi? Chi non li ha, chi, al contrario degli organizzatori, non ha visto e fatto di tutto. La verità, alla fine, è che non ci sono vincitori, ma solo persone sconfitte che ricoprono ruoli diversi. E che, come nella vita, il successo è un cocktail di fortuna e di astuzia. 

Mi sento di dire che sì, è vero che c'è un richiamo ad altri film sudcoreani e non - Saw in particolare, sia per la struttura del prodotto che per il finale stesso, compreso il senso di giustizia provato dall'organizzatore che non costringe nessuno a partecipare, ma che, piuttosto, crede di dare una possibilità a chi non ce l'ha) -, così come non ci sia stupore per chi mastica i film sudcoreani - la qualità della recitazione, della regia, della sceneggiatura, della scenografia è impeccabile come sempre - . Tuttavia, Squid Game è più che promosso per un dato meno apparente: i personaggi. Sono umani all'estremo, sono spaventati, annoiati, malati, soli, infelici, alcuni senza più emozioni e quindi senza scrupoli. Chi uccide per sopravvivere nel gioco o là fuori, chi uccide per divertimento, ognuno specchio di una parte della società, con una storia alle spalle. Si devono giustificare? Assolutamente no. Ma io, seppur non riesco a capire né a perdonare la cattiveria gratuita dei VIP - che, ripeto, visto l'accuratezza dei personaggi avranno sicuramente una loro motivazione più profonda, tuttavia sempre ingiustificabile -, riesco a capire la tristezza di Oh Il-nam, che ha le sue colpe, ma che rappresenta la comune nostalgia di una vita che un tempo era più semplice e più vera. 
Una riflessione finale che possa racchiudere l'intero Squid Game? Non è il gioco né la vita a cambiare le persone, ma il dolore. 








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