CINEGATTO: FREE GUY

 Da domani al cinema Free Guy, il film con protagonista Ryan Reynolds diretto da Shawn Levy.


Scheda Film



Free Guy, film diretto da Shawn Levy, racconta la storia di un impiegato di banca (Ryan Reynolds) che un giorno prova a ribellarsi a un sistema che lo vuole sottomesso e vittima della violenza quotidiana. Decide di non restare a guardare, mentre alcuni rapinatori derubano in tutta tranquillità la banca, come loro solito. Questa volta, però, Guy decide di ribellarsi e provare ad affrontare i due malviventi.
È così che, grazie a un paio di occhiali molto speciali, scopre di essere un personaggio all'interno di un videogame open world dal nome "Free City", nel quale lui è il "tipo buono" in lotta con i cattivi in un mondo violento. Oltre a svolgere il duro compito di eroe, Guy intraprende una crociata contro i creatori del gioco, intenzionati a chiudere baracca e a spegnere definitivamente il videogame. 

FREE GUY

Free Guy è un film che si traveste da commedia d’azione banale, ma che alla fine non ci riesce, perché è molto di più. Gli ingredienti sono messi a disposizione con battutine sottili, facili risate, un cameo apprezzatissimo (che ha scatenato l’applauso in sala), citazioni e presenza di youtubers, tik tokers e tutte le altre star di internet. Immancabili i videogiochi, che catturano e parlano proprio di e con il popolo della rete. Ma durante la visione del film, ci si addentra in una storia con doppia chiave di lettura, il che è un bene. Perché se da un lato abbiamo il puro intrattenimento, dall’altro lasciamo la sala con qualcosa su cui riflettere.



Partiamo dall’inizio: Guy è un ragazzotto assolutamente anonimo, così come il suo nome; lavora in banca, ogni mattina compie una routine di azioni sempre uguali e vive in un mondo così assurdamente violento da averci fatto l’abitudine. È benvoluto da tutti, ma il suo unico vero amico è la guardia che lavora insieme a lui. Ha una casa su misura – anch’essa anonima –, lavora per accaparrarsi le scarpe dei suoi sogni che non riesce mai a comprare per pochi spicci – e il conto in banca è una miseria. Sente una mancanza, non sa esattamente di cosa si tratti, ma tutto si schiarisce quando incontra lei, una ragazza con gli occhiali da sole.



Gli occhiali da sole sono ciò che differenzia Guy e gli altri cittadini dal resto delle persone: chi li possiede è in grado di potenziarsi, guadagnare, comprare armi, sbloccare missioni. Sì, perché gli unici a possedere gli occhiali da sole sono i personaggi controllati dai videogiocatori. Ma questo Guy non lo sa, almeno finché anche lui non indosserà degli occhiali. Il nuovo Guy può raccogliere di tutto in giro per la città (soldi, armi, medikit), il suo conto in banca aumenta a dismisura, il suo fisico si potenzia. Niente di meglio, se non fosse che con il simbolico gesto di indossare gli occhiali e vedere chiaramente la realtà la vita di Guy cambia insieme alla sua consapevolezza: sono attori di contorno, personaggi sullo sfondo creati solo per ricoprire un ruolo (dall’impiegato di banca, al barista, all’uomo di affari), personaggi non giocabili di un videogame. Insieme a Milly (Jodie Comer), alias la ragazza di cui si è innamorato, Guy lotterà per la libertà. Sì, ma come?



Free City è il nome del gioco in cui Guy e gli altri sono “intrappolati”. Creato da Antoine (un sempre eccezionale Taika Waititi), imprenditore/programmatore arricchitosi proprio grazie al successo di questo titolo, Free City è una città in cui la violenza regna sovrana, con assalti alle banche, sparatorie, abbondanza di armi da fuoco e autovetture che sfrecciano uccidendo i passanti. Tutto questo è lecito a Free City, anzi è il motore che alimenta il gioco stesso; ma sono proprio i videogiocatori a creare tutto questo, spinti da missioni, dal desiderio di arricchirsi e potenziarsi, e anche da quella misteriosa e insana voglia di gustare scene violente sullo schermo. Nessuno ha mai pensato a quanto pochi siano i protagonisti e quanto innumerevoli i personaggi sullo sfondo, quelli che non possono fare altro che assistere e obbedire. A ogni rapina, Guy e gli altri si mettono per terra con le mani dietro la testa, aspettando che sia finita per continuare la loro giornata. Quella violenza è abitudine, tanto da continuare a parlare tra loro del più e del meno. Lo stesso per le notizie raccapriccianti del telegiornale, per le sparatorie in strada, per ogni assurdità che è ormai normalità. Ciò non vuol dire, però, che ci si debba abituare, soprattutto quando un mondo migliore è dietro l’angolo. Sì… ma come?!


 


La risposta c’è, ed è nella storia di Guy, che dovrebbe essere più che familiare per noi. Chi non ha mai pensato di essere una comparsa di un mondo in mano a pochi, comandato dal denaro, lo spettatore di violenze e ingiustizie continue, e di sentirsi impotente di fronte a tutto questo? L’apparente impossibilità di cambiare le cose non lenisce però il malessere e la voglia di un mondo migliore. Guy è un uomo libero nel momento in cui indossa gli occhiali e scopre la verità, ma non ha mai pensato di tenere il segreto per sé, né di trarne un vantaggio a discapito degli altri (come Antoine, per citare un personaggio "simbolico"). Vuole aprire gli occhi agli altri, perché sa che la vocina che spinge verso la libertà è presente in tutti, ma raramente si ha il coraggio di ascoltarla. Siamo noi a voler vedere la violenza o sono gli altri a non offrire alternative? Una domanda che ruota attorno al film è: se ci fosse un videogioco privo di violenza, fatto di persone così reali da emozionare anche noi, che vivono bene e in armonia, interesserebbe a qualcuno? Sì, perché vedremmo il mondo che vorremmo per noi. Non vorremmo vederlo su uno schermo, ma vorremmo viverci. E così anche l’ambiente di Free City passa da una caotica metropoli a un paradiso terrestre. Proprio a causa della veridicità della storia di Guy il film sa poco di videogame, ed è un bene. La mia perplessità prima della proiezione riguardava proprio la possibilità che Free Guy fosse l’ennesimo film sui videogame, che ricalcasse eccessivamente l’onda di Ready player one, o che fosse un concentrato di scene computerizzate e volutamente simili a un videogioco. Fortunatamente non è così. Lo spettatore si troverà davanti a un film vero e proprio, perché è la storia di un personaggio vivo nel momento in cui quella finta realtà è la sua realtà. Quanto può essere finto il mondo se per chi lo vive è assolutamente reale? Personaggio non giocabile, di contorno o programmato che sia, Guy rappresenta tutti noi e ci sprona a svegliarci, a prendere in mano la nostra vita e a desiderare di più, ovvero la possibilità di vivere in tranquillità e di poter perseguire la felicità. E a dirla così, non è forse un nostro diritto?


 

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