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IL TRONO DI PELLICOLE: CINEMA E GIAPPONE: INTERVISTA A PAOLO LINETTI

Il Giappone ha una storia e una cultura affascinante quanto varia, che da sempre attrae noi occidentali tramite anime, manga, cinema e libri. Oggi ho il piacere di ospitare Paolo Linetti, storico dell'arte giapponese, che ci porterà all'interno della cultura e del pensiero orientale partendo dai titoli più conosciuti del mondo cinematografico e cartaceo. 


Biografia 


È uno storico dell'arte giapponese, esperto in iconografia sacra e studioso di arte lombarda del XVI e XVII secolo. È direttore del Museo d'Arte Orientale – collezione Mazzocchi da settembre 2017. È stato il responsabile delle attività museali del Museo Diocesano di Brescia dal 2006 al 2018, per cui ha organizzato mostre, eventi, conferenze e concerti. Ha curato più di 200 mostre e organizzato di eventi nazionali e internazionali, che contano collaborazioni con enti e associazioni come Consolato Generale del Giappone, Regione Lombardia, Residentzgalerie Salzburg, Vaticano, RAI, Johannesburg Art Gallery, Castello Visconteo di Pavia, Lucchesi nel Mondo, Fondazione Puccini, Musei Civici di Pavia, Museo di Santa Croce (Perugia), Fondazione Monte di Lucca, Comuni di: Brescia, Spoleto, Bastia Umbra, Fondazione Italia pro Nepal, Ufficio Beni Culturali di Venezia, Ufficio Beni Culturali di Brescia, I Civici Musei di Brescia, la Casa Generalizia dei Gesuiti a Roma, Cartier, Uniqlo, Vidi, Lucca Crea, Acat, International Talent School of Music. Per quanto riguarda il rapporto con il Giappone, oltre alla conoscenza culturale maturata presso l’Isiao di Milano e in viaggi di lavoro e studio in Giappone, esso si è tradotto nell’organizzazione di eventi di tematica giapponese, quali l'ideazione e organizzazione de “il Giappone nel chiostro” che dal 2006 ogni anno presenta conferenze, dimostrazioni di arti marziali, mostre d’arte antiche giapponesi, workshop, mostre contemporanee, conferenze ecc. con un flusso di 6000 persone in tre giorni, e dal 2012 la manifestazione annuale Tanabata – La notte delle stelle innamorate. È specializzato nella xilografia giapponese dell’Ukiyo-e dal XVIII al XX secolo e in particolare su Hokusai e la scuola Utagawa. Ha proseguito la formazione professionale con corsi di specializzazione su comunicazione, creazione di reti museali, diritti e licenze riguardanti il copyright, promozione dei musei, di gestione dei social media e di grafica e impaginazione. Riguardo al cinema e alla televisione ha lavorato come autore e delegato di produzione dal 2011 con un’opera di Edoardo Leo “L'acqua e la Pazienza”, “i misteri del Chiostro”di Emilio Gatto”, “Misericordia” di Adelmo Togliani, e cortometraggi di Alessandro d’Ambrosi e Santa de Santis, e per alcune puntate con Ivan Bacchi e Emanuela Panatta e di alcuni documentari. Si è dedicato a ricerche inerenti soprattutto arte e cultura del Rinascimento italiano, e all'aspetto storico/artistico giapponese. Nel 2008 fonda lo Studio Ebi, per la pubblicazione di libri di didattica per ragazzi con progetti sull'iconografia sacra e sull'archeologia, con i contributi di professori universitari e archeologi. È consulente per alcune manifestazioni dell'Assessore alla cultura del Comune di Dello e di quello di Coccaglio. È delegato e curatore per conto di sette privati per collezioni di arte italiana, giapponese e tibetana. È curatore delle mostre di 8 artisti contemporanei. Ha al suo attivo più di 200 mostre in ambito italiano ed europeo e 58 pubblicazioni.

CINEMA E GIAPPONE: INTERVISTA A PAOLO LINETTI

La prima domanda è quasi d’obbligo per me e per tutti i curiosi che leggeranno questa intervista: com’è nata la tua passione per il Giappone e tutto il mondo ad esso correlato (cinematografico, filosofico, artistico) che è arrivato fino a noi? 

La passione per il Giappone è nata proprio grazie ai cartoni animati. Da piccolo guardavo Il grande mazinga, ero incuriosito dal cibo che mangiavano, dai matsuri – feste in cui si celebrano le divinità attraverso danze e spettacoli – e da tutto ciò che da noi non esisteva. Ricordo anche la prima volta che vidi le polpette in Kiss Me Licia! Fino a 10 anni ho vissuto con mia nonna e la sua risposta alle mie domande era: “eh, ma quello lì è il Giappone!”. Non poteva che dirmi questo, giustamente. Ma la curiosità di documentarmi cresceva sempre di più; ho fatto la mia prima ricerca sul Giappone alle elementari, ma più trovavo risposte, più aumentavano le domande. E ancora oggi non smetto mai di studiare e imparare.


Quale manga, quale anime e quale film, a tuo parere, rappresentano meglio alcune sfaccettature della cultura giapponese e perché? 


Maison Ikkoku (in Italia Cara dolce Kyoko) descrive bene la vita giapponese. È un manga seinen scritto e disegnato da Rumiko Takahashi – ideatrice anche di Ramna e Lamù –, ambientato in un condominio con sei appartamenti giapponesi e la trama ruota attorno a questo ragazzo innamorato della nuova amministratrice condominiale. È una storia molto semplice che parla del quotidiano. Un altro titolo – che non è però arrivato in Italia – è Sazae-San, un manga in formato yonkoma di Machiko Hasegawa. Ha tutte le caratteristiche del manga moderno e racconta la vita di Sazae Fugura, una casalinga di mezza età. Personalmente, il primo anime che ho visto è stato Goldrake, ed è stato uno shock. In Italia eravamo abituati ai disegni di Hanna Barbera e La Linea di Osvaldo Cavandoli; i disegni e le storie di Goldrake erano per me assolutamente nuove. I riferimenti al Giappone nella messa in onda italiana erano quasi sempre eliminati: se Goldrake doveva intervenire a Tokyo diceva “c’è un guaio in città” e veniva inquadrata la Tokyo Tower – che da piccolo pensavo fosse la Tour Effeil, tanto da convincermi che quel cartone fosse ambientato in Francia.


Partiamo con il primo nome importante: Studio Ghibli. Hayao Miyazaki e i suoi film sono acclamati sia in Giappone che in occidente, tanto da aver ottenuto l’Oscar al miglior film d’animazione con La città incantata, primo riconoscimento – fino a questo momento – ottenuto da un regista di anime. Proprio La città incantata è uno dei titoli che mi è rimasto più nel cuore: si parla, tra tante cose, di yōkai, di shikigami e di nāga. Potresti spiegarci, prendendo spunto da questa riflessione, alcuni aspetti della cultura giapponese che ritroviamo nei film dello Studio Ghibli? 


La città incantata, ma anche Totoro, riportano attraverso il narrare di Miyazaki quello che è il folklore giapponese. Abbiamo elementi di shintoismo in cui si vede il rapporto del regista con gli spiriti, ma anche una serie di cose che ci vengono presentate in maniera naturale, perché per il mondo giapponese questi spiriti sono naturali. Miyazaki lancia l’input a noi occidentali per indagare su cosa siano gli spiriti mostrati, presentandoli nel loro contesto autentico e scatenando in noi curiosità. Una cosa che ho apprezzato tanto e che viene mostrata ne La città incantata è il legame tra il nome e il riferimento – cosa che noi non abbiamo –, ovvero il legame tra l’ideogramma e ciò che rappresenta. Chihiro diventa Sen nel suo percorso nella città, e lo stesso avviene togliendo i due ideogrammi finali nel nome (Yubaba priva la bambina del nome sottraendo il secondo Kanji e modificando così la lettura del primo che da "Chi" diventa "Sen" 千尋). C’è anche un po’ di occidente nella trasformazione dei genitori della protagonista in maiali, peccatori di hybris – ovvero di un’azione dettata non dalla necessità ma dal piacere – e che ricorda tanto la Circe dell’Odissea. C’è il riferimento al viaggio iniziatico di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, che non a caso in Europa viene chiamato “la città delle meraviglie”.  E ancora il mito di Persefone, che mangiando la melagrana è legata per sempre al mondo dei morti. Proprio sul cibo vi è un discorso diverso tra i genitori Chihiro, costretti a restare per aver mangiato, e la protagonista stessa che deve mangiare un cibo permesso e lontano dal peccato di hybris per non sparire. In quel momento diventa un essere accettato da Yubaba, poi un abitante della città incanta, e da lì il suo nome di battesimo da Chihiro diventa Sen. Un alieno alla storia è rappresentato dal senza volto, paragone di Miyazaki con il Giappone moderno, che non ha più un’identità e si trova da solo. Non c’è, però, una condanna da parte del regista, perché il senza volto diventa un abitante della città incantata nel momento in cui ritrova sé stesso. Un altro elemento molto presente è quello dell’ecologia e dei concetti di contaminazione e purezza: il dio del fiume ritrova la sua identità nel momento in cui riesce a ripulirsi. Concetti da noi persi a causa della controriforma. Nello shintoismo devi passare attraverso il torii (portale d’accesso al santuario), percorrere un sentiero e lavare le mani prima di poter entrare nel tempio. Nel mondo greco e romano esisteva l’acqua lustrale, nel Cristianesimo l'acquasantiera da utilizzare unicamente all'ingresso in chiesa, poi la Controriforma ha spazzato via tutto ciò che era considerato esoterismo cristiano togliendo molte spiegazioni. I giapponesi, invece, hanno mantenuto – forse anche troppo – il concetto di purezza, tanto che fino agli anni ‘60 i macellai abitavano fuori dal villaggio affinché non contaminassero con la morte la città.

 

Secondo nome: Death Note. Il manga di Tsugumi Ōba è tra i più famosi nel suo genere, e si è sempre parlato di una simbologia molto presente all’interno dell’opera, forse però più cristiana. Cosa puoi dirci su questo titolo e le sue simbologie?


 I giapponesi non hanno un “bene” e un antagonista “male”, ma esiste il concetto di vendetta e onore, in cui la prima è spesso considerata necessaria e positiva per ristabilire la seconda. In Occidente la vendetta è negativa perché il cristianesimo ci fa porgere l’altra guancia. Da noi c’è bene e male, costruzione e distruzione, mentre in Giappone il tao è il principio della non interferenza, della trasformazione che segue il suo corso e in cui il pallino nero si espande fino a diventare tutto nero, e lo stesso per il bianco. Da noi c’è anche il concetto di scelta nel prendere la decisione della parte in cui stare, il non scegliere è ignavia o addirittura accidia. Anche il buddhismo parla di non interferenza nel momento in cui ci dice di non lasciarci turbare né da elementi positivi né da elementi negativi; per noi, invece, le passioni sono fondamentali e sono il motore affinché le cose cambino. Death Note è un dilemma etico affrontato sotto una lente occidentale, quello del “giusto o no”: è giusto intervenire? Posso decidere io chi deve vivere e chi deve morire, seppur con le più forti motivazioni? Per quanto riguarda la figura dello shinigami, siamo difronte a una divinità giapponese, ma il concetto è anche qui molto diverso dal nostro. Noi occidentali consideriamo un essere “divino” se ha un culto e se è immortale. In Giappone, invece, non tutte le divinità hanno un culto e non sono eterni.


Terzo nome di chiusura per il campo animato: Sailor Moon. L’opera di Naoko Takeuchi è, a mio avviso, il manga più rappresentativo della cultura nipponica: si parla di shintoismo e di buddhismo, di rinascita e di spiritualità, di vita e di morte. E poi c’è l’ombra dei miti greci e la presenza dell’astrologia. Inoltre, nella sua ultima trasformazione ricorda un arcangelo…


Sailor moon durante l’ultima trasformazione usa quello che in una dell’edizioni del manga si chiama “therapy kiss”, che in giapponese hai il doppio senso di “bacio terapico” e “bacio serafico”: i serafini sono l’ordine più alto degli Arcangeli. Nella terza serie Sailor Moon ha il Sacro Graal che, dal punto di vista dell’esoterismo, appartiene al pianeta della Luna, ed è l’unico elemento d’oro del pianeta argentato. I greci utilizzavano l’espressione “nascere sotto una buona o una cattiva stella”, il che richiama l’importanza degli astri presente anche nel manga. Le stesse guerriere agiscono sotto l’influsso del loro pianeta dominante. La filosofia greca parla proprio dello scontro tra Chaos (stato primigenio, con disordine universale) e Cosmos. I pianeti compiono il giro perfetto e sono il simbolo per eccellenza dell’ordine, le cui divinità ad essi connesse sono Zeus (ordine sovrano sul cielo), Poseidone (ordine sovrano sul mare) e Ade (ordine sovrano nel Sottosuolo). Se da un lato c’è il Chaos, l’ultima trasformazione di Sailor Moon non poteva che essere Cosmos, in quanto armonia e risoluzione del conflitto.

 

Passando al grande schermo, ci sono stati dei titoli horror che negli anni 2000 hanno inchiodato (dalla paura) gli spettatori alla poltrona, The Ring e The Grudge su tutti. Eppure, dietro questi titoli si nasconde di più che un semplice brivido: il primo è tratto dal romanzo Ring di Kōji Suzuki, mentre il secondo è il remake statunitense di Ju- On: Rancore. I conti in sospeso, l’anima che non riesce a trovare pace dopo la morte, la maledizione e il rancore sono temi che ritroviamo nei film per un motivo legato, appunto, alla cultura giapponese.


La contaminazione di cui parlavamo prima è qualcosa di virale per i giapponesi. Ad esempio, noi pensiamo che qualcosa di negativo succede perché ce la siamo cercata. Siamo influenzati dalla filmografia americana in questo, c’è un senso di colpa dietro che porta all’azione – e che ci spinge a credere nella possibilità del pentimento anche dopo una vita vissuta in un determinato modo. Però in Giappone non è così, le cose capitano al di là delle tue azioni: se hai visto il fantasma, te lo becchi anche tu. Se qualcosa ti contamina è difficile pulirsi, e si espande anche su chi è accanto a te. La protagonista di The Ring – e la sua intera storia - sono spiegate nel libro: lei è contaminata dal vaiolo, è ermafrodita, arrabbiata con tutti perché non può avere figli e trasforma ogni cosa in un incubo che si contagia sugli altri. Aveva la passione del teatro, da qui la famosa fuoriuscita dal televisore dopo sette giorni. In un altro titolo, Dark Water, abbiamo la figura della bambina-spirito che potremmo avvicinare al senza volto de La città incanta, perché si sente sola e il suo comportamento ne è la conseguenza. La protagonista del film, una mamma che vuole proteggere sua figlia da questa presenza, decide di rimanere in quella casa lasciando sua figlia con il padre, ed evitando che la maledizione ricadesse sulla piccola. La solitudine, in questi esempi, è ciò che ha trasformato i diversi protagonisti in mostri. 

 

Memorie di una geisha è un titolo che esplora, forse non in maniera consona, un’altra realtà del Giappone. Con loro, non può che venire in mente anche la cerimonia del tè, la grazia, la bellezza, il trucco, i tessuti, ma anche il sakè e i fiori di sakura. Chi sono le geisha e perché sono collegate con tutto questo?


Ci sono un po’ di pasticci in questo film… Molto bello, invece, è “Storia proibita di una geisha”, scritto da Mineko Iwasaki, geisha e informatrice di Arthur Golden per il suo libro “Memorie di una gesiha”. In seguito alla controversia tra i due – dovuti alla violazione del patto di segretezza dello scrittore che rese noto il nome di Mineko, contrariamente agli accordi precedenti, ed elaborò un ritratto inaccurato della geisha –, la Iwasaki scrisse un libro di memorie in collaborazione con Rande Gail Brown. Ad esempio, racconta che le geishe vivevano in una casa gestita dalla tenutaria, e non avevano idea di quanto costasse la vita là fuori. Quando la protagonista prende un piccolo appartamento per sé, si reca per la prima volta dal fruttivendolo per prendere delle zucchine senza avere alcuna idea del loro costo, non era in grado di quantificare i soldi in suo possesso. Esistono anche le oiran nella cultura giapponese: cortigiane di alto livello, più raffinate e colte delle geishe, che per una questione diplomatica sono state eliminate dal popolo giapponese nell’800 – anche se, a dir la verità, la data esatta è nel ‘900. Essenzialmente la differenza consiste nel fatto che la geisha veniva affidata da piccola alla casa della tenutaria, in una specie di contratto di apprendistato, mentre le oiran venivano vendute alle case, erano schiave. Il trucco è sempre stato importante per il mondo giapponese, ha una tradizione millenaria perché quando l’imperatore appariva in pubblico il suo volto veniva coperto da un velo – poiché era considerato una figura divina –, l’illuminazione era bassa e le persone si imbiancavano la faccia per risplendere nel buio. Le sopracciglia delle donne ricordavano i bruchi, per questo venivano rasate e ridisegnate e più erano alte sopra gli occhi più erano considerate intelligenti. I fiori di ciliegio sono una delle cose più rappresentative, il simbolo per eccellenza del Giappone, e non a caso: la fioritura dura tre giorni, il ciliegio è effimero, una bellezza che dura poco e ai giapponesi questo piace tantissimo. Nelle leggende lo spirito del ciliegio è una donna bellissima, ma può essere anche una donna fredda, che ammalia gli uomini e li abbandona. Viceversa, quando è l’uomo che ammalia la donna, la storia può finire tragicamente (cartoni di riferimento, ad esempio, Tokyo Babylon). La cerimonia del tè, invece, era inizialmente svolta solo da maestri maschi, mentre attualmente sono molte le maestre. È una cerimonia molto strutturata e lunghissima, il cui scopo è la meditazione al fine del perfezionamento personale. Si svolge in silenzio, mentre si beve è necessario contemplare qualcosa (ikebana, giardino zen, rotolo a parete) con il solo fine di meditare.

 

Anche la figura del samurai è stata più volte ripresa nel panorama cinematografico: il nobile guerriero abilissimo nell’utilizzo della spada, la Katana. Quanto questa figura è stata rispettata o trasformata dal cinema?


Diciamo che la figura maggiormente presente nei film è quella del bushi, il samurai nobile, con una cultura elevata e un codice morale ferreo; mentre il vero samurai era un guerriero. Utilizzando un paragone pratico potremmo dire che Lancillotto in versione giapponese sarebbe stato il bushi, mentre i sottoposti sarebbero stati i samurai. Questi, in determinati secoli, a volte venivano prelevati dai campi, erano contadini, potevano combattere con mezzi rudimentali, puntavano tutto sull’onore, dovevano vendicarsi. Riallacciandoci al ciliegio, storicamente i samurai venivano sepolti sotto di essi perché la vita effimera del fiore doveva essere il punto di riferimento della vita dei samurai (morire giovane voleva dire aver fatto bene il proprio dovere). Si diceva che i petali diventassero rosa per il sangue del samurai. E qui colgo l’occasione per dire una cosa: non confondiamo mitologia con leggenda. Per quanto riguarda il mondo giapponese, la mitologia riguarda una o due storie, non di più hanno le caratteristiche proprie del Mito. Le leggende sono invece tantissime.       


Potresti consigliarci dei titoli di film, di anime, di manga e di libri per chi vuole approfondire la conoscenza della cultura giapponese?


"L'Atlante del Giappone" di Martin Colcut ha il pregio di offrire un affresco della cultura giapponese in un solo volume (origami, shintoismo, giardino zen e molto altro). Per quanto riguarda l’arte potrei consigliare i libri di Donatella Failla, mentre per capire il mondo fluttuante di ukiyo (tra gli esempi citati prima, il concetto del bello che deve essere effimero) “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori arte giapponese” edito da Skira e scritto da me e Laura Aldovini. Per i manga e gli anime consiglio “Le origini del manga: da Hokusai ai manga moderni”. Sulla mia pagina Facebook trovate i video di vari incontri in cui affrontiamo svariati temi, dalla puntata sull’arte a quella sui mostri.         

(link: https://www.facebook.com/Paolo.Linetti4chiacchieresullarte)


Penso che la meraviglia della cultura giapponese sia proprio nella sua filosofia, così collegata con la natura, con l’equilibrio, con il benessere che si riscontra nella cura del corpo e della mente, dal cibo al rispetto per tutto ciò che ci circonda. Vorrei, però, la tua opinione da esperto e studioso: perché la loro cultura, il loro stile di vita, la loro filosofia è così affascinante?


Loro hanno un rispetto – teorico – per la natura dato da un discorso spirituale: la pianta viene rispettata perché può essere senziente (il kodama, tra l’altro, è lo spirito che risiede negli alberi), il cibo sulla tavola viene ringraziato in quanto cibo (mentre i cristiani ringraziano Dio per aver donato quel pasto). Noi occidentali siamo in una posizione più arrogante rispetto a loro, perché ci è stato insegnato che tutto è a nostra disposizione, che possiamo sfruttare e usare qualsiasi cosa a nostro piacimento. In Giappone non si sa chi ha creato gli esseri umani e, insieme a loro, altre divinità, ponendoli tutti sullo stesso piano. Tutto merita rispetto perché tutto è vivo. Poi, a livello pratico, se devono scaricare l’acqua di Fukushima nel mare... ciò è stato fatto. Io sono dell’opinione che la religione può plasmare la cultura, e che la cultura plasma il popolo. La storia d’Italia ha una ripercussione nel corso dei secoli incredibile su di noi. C’è sempre stato un amore corrisposto tra Italia e Giappone e viceversa, in un fascino che raccoglie anche le differenti concezioni religiose. Noi cattolici abbiamo strutturato una dottrina sotto costante processo, e abbiamo strutturato una difesa quasi inattaccabile. Noi sappiamo rispondere alle paure e ai dubbi, parliamo di paradiso e di misericordia, e questo ai giapponesi piace, abbiamo risposte molto precise (che possono essere anche discutibili da un punto di vista scientifico, ma non retorico), perché è una religione che si è scontrata per secoli con teologi, altre confessioni e teorie bollate come eresie, affinando una serie di risposte da “tribunale” di contro il buddhismo, (quello giapponese) storicamente non si è mai dovuto difendere a livello dottrinale contro scismi ed eresie di grandi proporzioni.







1 commento

  1. Il Giappone è un'altro mondo, basta questo per affascinare, e come per Paolo (molto interessante tra l'altro questa intervista) tutto è cominciato dai cartoni, successivamente film d'animazione, horror e quant'altro, pensa che quest'anno sto vedendo tanti Japan Animation, dopo aver visto tutti i Ghibli ;)

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