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LE ACCHIAPPA VIP... MANTHOMEX (MAURO ANTONINI)


Amici del Gatto Libraio, oggi vi parliamo di un artista incredibile: Mauro Antonini, meglio conosciuto come Manthomex! Siamo nel mondo di fumetti e illustrazioni, e non siamo confinati all’Italia, perché il suo talento è arrivato anche negli Stati Uniti. Qualche esempio? L’arte promozionale per Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra? La cover di Evil Dead 2? Piccioncinema? Direi che questa piccola parte, minuscola in confronto a tutto ciò che ha realizzato, è solo l’inizio di un’intervista che davvero consiglio a tutti di leggere. Perché le risposte vengono da un artista a tutto tondo che tocca vari aspetti del suo lavoro e di ciò che è inerente ad esso, facendoci appassionare e incuriosire ad ogni suo progetto. Lancia uno sguardo alla realtà fumettistica italiana e straniera, nelle sue differenze di richiesta, offerta, pubblico. Si rivolge agli aspiranti cartoonist, con preziosi consigli. E ha anche delle novità … insomma, leggete!

LE ACCHIAPPAVIP... manthomex


Partiamo dalle origini. La domanda è inevitabile per presentare l’artista, eppure in te e nei tuoi lavori è chiaro che solo una persona curiosa, attenta e con la voglia di dare la sua visione a ciò che ama può arrivare al livello che hai raggiunto tu. Sbaglio a pensare che sei nato con la matita in mano e che il resto è venuto da sé, frutto di passione, carattere, studio e DNA artistico?
Diciamo che la descrizione che fai mi rappresenta talmente appieno che mi toglie d’impaccio dal parlare di me, cosa che faccio sempre con difficoltà, lasciando che siano i miei lavori a “raccontarmi”. Mi fa piacere constatare che lo hanno fatto piuttosto bene, visto che ne hai desunto un profilo così preciso! Partiamo dal “DNA artistico” che, qualunque cosa sia, in un modo o nell’altro sembra aver avuto per me una grande importanza. Sono stato cresciuto dai miei nonni materni, e mio nonno era un artista, pittore e scultore. Con lui non mancavano mai carta, pennelli, inchiostri e colori d’ogni tipo. Disegnare era per noi tanto un gioco quanto una vera forma di comunicazione. Mia mamma, poi – ancora oggi docente di arte – sin da bambino mi raccontava storie e fiabe accompagnandole da disegni con cui le illustrava per me, ancor prima che sapessi leggere. Questo credo abbia formato in me l’idea che ogni narrazione preveda tanto un racconto quanto un apparato visivo. Poi c’è da dire che sono sempre stato attratto da tantissime forme d’arte, e principalmente da quelle di stampo pop: illustrazione, cartoon, fumetti, videogames. E tutto quello che assorbivo cercavo poi di rielaboralo su carta, re-immaginando a mio modo i personaggi e le storie preferite. Ho sempre disegnato tantissimo, ovunque, con qualsiasi strumento e su qualsivoglia supporto. Questo, certo, è stato importante e formativo, ma ne è seguito un altrettanto fondamentale periodo di studi – prima frequentando un corso a una scuola di fumetto, poi proseguito autonomamente – e sperimentazioni. La passione è importante, ed è innegabile, ma il passo più importante è riuscire a incanalarla, attraverso lo studio, per renderla la base su cui, poi, si fonderà il lavoro. Senza mai confonderli.

Come inizia la tua carriera da cartoonist?
In maniera del tutto atipica. Sembra strano a dirlo oggi, che vivo facendo fumetti, ma inizialmente non pensavo sarebbe stato il mio lavoro. Piuttosto un qualcosa che avrei continuato sempre a portare avanti, ma mai professionalmente.  A farmi cambiare idea furono i miei primi ingaggi professionali: una collaborazione per una rivista di moda dove disegnai alcune strip a fumetti, prodotte dal sociologo Alberto Abruzzese, e un lavoro fatto per lo studio del Maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti, in questo caso una breve storia a fumetti con tematiche horror. Ricordo candidamente che, mentre lavoravo a quest’ultimo progetto, pensai a quanto mi sarebbe piaciuto procedere con l’attività di cartoonist, qui saltuaria, e renderla il mio lavoro. Non fu un passaggio subitaneo, certo, ma dopo queste esperienze decisi di aprire una pagina, Deviant Art, per autopromuovermi; lì pubblicai alcune di queste prime esperienze e tanti altri schizzi e disegni che avevo fatto per me, quando per studio, quando per diletto. Fu un’ottima vetrina. Dopo neppure una settimana iniziarono ad arrivarmi richieste di commission – ossia fumetti realizzati su sceneggiatura originale e spesso commissionati dall’autore stesso della storia – e da allora non mi sono mai fermato. Alla mia pagina Deviant, che ad oggi ha raggiunto il traguardo di oltre un milione novecentomila visualizzazioni, ho affiancato un’attività molto vivace su FurAffinity, dove pubblico le commission di ambito furry, cioè con protagonisti animali antropomorfi. E una su Patreon, dove anche gli utenti possono prendere parte alle commission con richieste speciali. 


Che percorso esiste dietro a una commission che inizia da uno sceneggiatore e arriva a te, che hai il compito fondamentale di rendere animato il suo pensiero?
Lo sviluppo di una commission varia da lavoro a lavoro e da committente a committente, ma cercherò di sintetizzare alcuni tratti comuni: si parte sempre da un soggetto scritto che il cliente mi propone. Può  essere solo un’idea o la descrizione di una storia non ancora tradotta in sceneggiatura, o uno script molto preciso già diviso in pagine, vignette e dialoghi. Se mi dimostro interessato a realizzarlo si procede, grossomodo, come un fumetto cartaceo tradizionale. Si prepara il character design dei personaggi (qualora appaiano la prima volta nella storia in questione), oppure mi si inviano delle references dei personaggi stessi – se sono stati disegnati da altri autori prima di me – allegati da descrizione delle loro caratteristiche fisiche, psicologiche e tutto quello che mi può essere utile per ritrarli e farli recitare.  A volte mi trovo a lavorare con sceneggiatori che hanno già tutto molto chiaro, altre volte hanno delle idee meno precise e mi trovo a dover mettere del mio anche nella struttura narrativa per farla funzionare (sempre in ambito iconografico e della costruzione della pagina, sia chiaro, non sono uno sceneggiatore). Quindi si passa alla fase a matita, in cui ogni pagina viene poi inviata al committente per approvazione e successivamente delineata a china. Tutto ciò lo realizzo in maniera assolutamente tradizionale: carta, matita, inchiostro di china, pennelli vari. Quindi scansiono la tavola per ripulirla e, se richiesto, per colorarla, processo che invece faccio in digitale. Ma non è detto che sia io a colorare le mie chine, a volte vengono affidate a coloristi esterni o, altre volte, restano in bianco e nero.

Non solo commission: sei autore del webcomic Piccioncinema, e personalmente trovo magnifica l’idea di unire film noti al tuo personaggio, Piccion. Com’è nata l’idea?
Ah, a questo è facile rispondere: non lo so! Bisognerebbe, anzi, chiedere a Piccion perché ha scelto di essere disegnato da me, e non viceversa. Piccion è questo simpatico e giocoso piccione a cui piace andare in giro a far casino. E spesso capita nelle scene di film più o meno famosi, cacciandosi nei guai con i mostri dell’horror, facendosi travolgere dalla potenza dei supereroi, divertendosi con le icone della commedia e innamorandosi delle attrici del romance. Non sta mai fermo e incontra un sacco di gente interessante, così mi sembrava divertente raccontare per immagini le sue esperienze in una serie che le raccogliesse tutte, Piccioncinema, appunto, un webcomic formato di vignette autoconclusive e mute – sia in bianco e nero che a colori – in ognuna delle quali troviamo il nostro volatile alle prese con l’icona di celluloide di turno.

Salta subito all’occhio che il lavoro delle variant per Evil Dead 2 (tratto dalla serie cinematografica diretta da Sam Raimi) e The Howling (dal cult movie di Joe Dante) è molto diverso dai precedenti. E probabilmente non potresti essere più felice di cimentarti e sperimentare il nuovo.
Un lavoro che mi ha impegnato proprio quest’anno, sì: le variant cover per i fumetti ufficiali di Evil Dead 2 e The Howling. Da una parte è stato emozionante, perché anche da professionista sono ancora un fan di molte declinazioni della pop culture; l’horror è il mio genere preferito e Raimi e Dante sono tra i miei registi del cuore, quindi poter lavorare su prodotti tratti dal loro immaginario è stato praticamente un sogno che si avverava. Dall’altra è stata una vera sfida, quei comics fondano la loro specificità in quanto “sequel” cartacei dei film omonimi, quindi qualsiasi componente iconografica doveva riportare ai capostipiti del grande schermo. Le cover, in breve, dovevano avere un look “cinematografico” e il mio abituale tratto cartoonesco non vi si adattava. Mi sono trovato, quindi, a lavorare – per la prima volta in ambito professionale – con uno stile realistico e sulla base di references fotografiche, sempre rielaborate e flesse su layout e costruzioni completamente realizzate di getto e senza basarsi su niente di pre-esistente. Ho dovuto far collimare l’inventiva della composizione e della recitazione con la mimesi visiva dei personaggi com’erano al cinema. Ho scelto, anche qui per la prima volta, di lavorare completamente in digitale, dal layout al prodotto finito. È una dinamica che sempre più cartoonist sposano e che io mi sono trovato ad abbracciare qui per meglio lavorare sulla costruzione delle copertine e facilitare tutte le dinamiche di editing. È stata una sfida che mi ha portato a confrontarmi con diverse novità e che sinceramente spero di continuare a percorrere.

Azzardo un’ipotesi da fan dei tuoi lavori: sei un appassionato di cinema, lo si evince dalle tue opere prima ancora che dalla tua biografia. Essendo io stessa sensibile all’arte, trovo che tutti i campi artistici si intreccino e si influenzino. Quanto si interseca il tuo talento nel disegno, nel creare, nell’immaginare con la predisposizione a interpretare a un livello più profondo le storie e i personaggi grazie alla tua conoscenza e amore per il cinema?
Questa è una domanda impegnativa: non credo di essere un cinefilo, non amo il cinema tout-court, ma allo stesso tempo il cinema ha grande importanza nel mio lavoro. Cercherò di spiegarmi meglio: quello che mi affascina – da sempre – sono le icone, il mito e la loro componente visiva. Se mi piace una storia, un personaggio, un universo narrativo, lo seguo in tutte le sue declinazioni mediali, fumetto, tv, teatro, cinema, videogame. Davvero non ha importanza il medium, ha importanza quello che mette in scena. E mi piace quando ogni medium usa le proprie specifiche per arricchire e declinare il mito. Non sono un fruitore cinematografico enciclopedico che vede e vuole conoscere tutto di tutto, anzi mi professo contrario a questi approcci “bulimici” al medium. Conosco alcuni film e autori al limite del maniacale e mi disinteresso completamente di altri. Mi appassiono a quei film che rendono “cinematografiche” icone e narrazioni che comunicano con il mio immaginario, o che lo costruiscono. Ci sono stati periodi in cui il cinema ha lavorato splendidamente in tal senso, senza tirar fuori gli inflazionatissimi anni ’80 che mi hanno visto crescere come spettatore e come persona, mi vengono in mente tutte le sperimentazioni visivo/teoriche dei primi anni 2000: i tre Matrix, la saga de Il Signore degli Anelli, la trilogia prequel di Star Wars, gli Spider-Man di Sam Raimi. Ogni volta che si andava al cinema ci si trovava di fronte a terreni sperimentali, nuovi (anche quando si basavano su storie classiche nei loro media di origine) in cui il visivo si fondeva con l’arte moderna, l’optical art, in primis. Oggi il cinema, invece, mi interessa molto poco, è un medium stanco, poco innovativo, non fa altro che riprodurre gli stessi schemi visivi e narrativi che il pubblico vuole e richiede, senza shockare, senza rischiare. Il brand e lo studio valgono più dell’autore e del mito e tutto viene conseguentemente appiattito.  Le tv series e la loro evoluzione, ad esempio, mi sembrano un terreno molto più interessante da osservare. Dico sempre che, ognuno di noi, ha un medium che parla di più la sua lingua; il mio, ovviamente, è il fumetto. Scorrendo i punti principali del mio lavoro, al di fuori di Deviant Art e Furaffinty, il cinema sembra quasi un fil-rouge: l’arte promozionale per i film Hollywoodiani come Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra e Warcraft, le cover di Evil Dead 2 e The Howling, che sono sequel cartacei di opere cinematografiche, e ovviamente Piccioncinema dove il cinema è persino nel titolo. Ma tutto passa per la strada del fumetto, sempre, anzi direi quasi che attraverso i fumetti mi relaziono meglio al cinema, cerco di comprenderlo, quando per avvicinarlo quando per distanziarmici. 


Il tuo portfolio è davvero impressionante, e sarebbe impossibile parlare di tutto. Perciò ti chiedo: con quanti stili diversi ti sei dovuto cimentare finora? A quale dei tuoi lavori sei più affezionato? E quale “chiamata” ti ha emozionato di più?
Credo che nessun autore scelga il proprio stile, e che sia anzi lo stile a sceglierlo. Con me ha funzionato così. Da bambino avevo un tratto molto “funny”, cartoonesco, figlio anche delle cose che vedevo e che amavo di più, i classici della Disney, i Looney Tunes e tutto l’universo di Hanna & Barbera.
Da adolescente, quando ero alla scuola dei comics, invece, volevo a tutti i costi fare i supereroi. Professionalmente, curioso a dirlo, mi sono trovato a tornare alle origini, a ri-abbracciare il mio tratto “primigenio” figlio dei cartoon classici, ma rafforzato dallo studio di anatomia e prospettiva con cui mi cimentavo quando ero focalizzato sui supereroi e lo story telling maturato studiando, anche, cinema e teatro. Ho preso un po’ da ognuna delle mie fonti preferite, e dalle mie fasi di crescita personale e artistica, cercando di tirar fuori qualcosa di particolare e riconoscibile, e tutto quasi completamente inconsciamente, seguendo quello che sentivo mi veniva più naturale fare. Ciò non toglie che, avendo avuto una formazione anche di tratto realistico, all’occorrenza mi possa flettere su qualcosa che non sia per forza cartoony, come ho raccontato poco sopra per Evil Dead. Alla seconda parte della domanda, invece, non posso rispondere: mai chiedere a un genitore a quale figlio è più affezionato! Diciamo solo questo: fino ad oggi non ho realizzato nulla che non mi vedesse al 100% soddisfatto di quello che stavo facendo, nel momento in cui lo facevo. Sull’ultima parte, invece, non ho dubbi: la mail che mi dichiarava tra i vincitori del concorso – indetto su scala mondiale – per lavorare sulla pubblicistica ufficiale di Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra e la successiva mail di congratulazioni nientemeno che da Kevin Eastman, uno dei papà delle Tartarughe. Quei quattro tipi verdi sono stati una parte fondamentale della mia vita, hanno costituito il mio franchise di riferimento in quel difficile periodo di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza legando le due tipologie di stili che dicevo poco fa: il cartoonesco classico con gli animali antropomorfi e i supereroi. Le Tartarughe, in fondo, sono entrambe le cose e al tempo stesso qualcosa di nuovo, ibrido, i personaggi perfetti per chi, come me, tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 si preparava a lasciare l’infanzia ma era ancora lungi da essere un giovane adulto. Ero ossessionato dalle Tartarughe Ninja, compravo e fruivo tutto quello che le riguardava, ed essere arrivato, in ambito professionale, a mettere la mia firma su questo franchise così fondativo per la mia persona, beh è stato incredibilmente catartico. Come dice il saggio Splinter “I have always liked: Cowabunga!”

Non solo in Italia, sei molto apprezzato anche all’estero. Trovi ci siano differenze evidenti tra la scuola di comics italiana ed estera?
Diciamo che sono apprezzato quasi esclusivamente all’estero e che l’Italia mi è sempre stata un tantino ostica. Ne sono dimostrazione le commission e i lavori che ricevo, e con i quali finora ho vissuto, che sono tutti di provenienza estera, in maggior misura Usa. Questo mi ha portato ad accogliere con sempre maggior piacere la possibilità di partecipare a convention fuori dal mio paese d’origine e di incontrare il pubblico delle Comic Con (per ora) europee, che hanno lo stesso format di quelle statunitensi. Da un punto di vista prettamente di pubblico la vera differenza è che quello italiano, pur generalmente colto di fumetto, tende a essere molto tradizionalista e ad apprezzare l’autore che pubblica per le case editrici che conosce o che lavora sui personaggi più noti. Il fenomeno dei web comics in cui mi muovo io, ad esempio, è del tutto misconosciuto quando non sottovalutato ai limiti dell’imbarazzante. Un minimo di attenzione in più, infatti, ho iniziato a riceverla dopo aver legato la mia firma a marchi noti come i già citati Warcraft, Tartarughe Ninja e Evil Dead. Nelle Convention europee, invece, c’è decisamente spazio per tutti e, grazie all’utilizzo delle Artist Alley (grazie al quale ogni autore può acquistare uno spazio in cui autopromuoversi) ci si trova spesso sullo stesso piano di tanti altri colleghi, anche i più prestigiosi. Questo porta a esporre tutti su uno stesso livello di valore e dà al pubblico la libertà di scelta basandosi non solo sul prestigio del disegnatore o sulla fama delle pubblicazioni che lo vedono al lavoro (che da sole bastano per innalzare i nomi di maggior richiamo) ma anche sulla scoperta, sull’apprezzamento dello stile, sull’interfaccia col disegnatore stesso, tutte situazioni che giovano a ogni tipo di autore. Questo meccanismo sta iniziando a ingranare anche in Italia e spero che il pubblico si allinei presto a quello di stampo europeo e americano ed esca dallo schematismo dell’autore come elemento ancillare all’editore per cui pubblica. Parlando, invece, di scolastica, beh, esistono interi mondi di differenze e di punti di coesione tra il modo di fare comics in Italia, Usa, Francia e Belgio, Giappone e via discorrendo, dinamiche non solo di stile ma anche di inserimento del fumetto in diversi ambiti sociali che ovviamente non possono essere analizzati esaustivamente in questa sede. Mi sembra solo importante puntualizzare come, con l’ausilio del web, la geolocalizzazione dell’autore – un tempo fondamentale per lavorare su pubblicazioni di una o l’altra nazione – sia diventata oggi un elemento del tutto opzionale. Non serve più vivere in America per lavorare sui fumetti Usa. Tutto si muove digitalmente e molto velocemente e ognuno, in qualsiasi parte del mondo può – con gli strumenti adatti – potenzialmente lavorare per chiunque.

Una domanda per chi sta leggendo e vorrebbe intraprendere il tuo stesso mestiere: cosa serve per fare della passione il proprio lavoro? Quale percorso seguire? E quanto è importante unire manualità a tecnica digitale oggigiorno?
Prima ancora della capacità artistica si deve considerare una cosa: si è disposti a fare del fumetto la propria vita e di vivere per il fumetto? Di inserirsi in un mondo del lavoro che ha scadenze precise, che conta sulla puntualità oltre che sulla qualità, e che porterà a lavorare spessissimo (diciamo sempre) fuori dagli orari e dai ritmi di vita di un comune lavoratore “statale”? Si è pronti a rinunciare alle ferie, al tempo libero a Natale, Pasqua e Ferragosto? Ad andare in vacanza – se si può – quando gli altri sono al lavoro, a essere al lavoro quando gli altri escono nei weekend, nonché a disegnare (anche e soprattutto) quando il mondo attorno dorme? Ecco, se la risposta a tutte queste domande è un deciso “sì” allora possiamo cominciare a pensare che si è portati per i ritmi di vita del cartoonist. Una volta archiviato questo punto si può parlare di talento, studio, stile e sensibilità artistica. In primo luogo è fondamentale leggere fumetti, tanti, quanti più possibile e delle più disparate provenienze locali e culturali. Se la passione deve diventare lavoro la cosa peggiore da fare è fissarsi su uno stile preciso, su un editore con cui si vorrebbe lavorare e su un personaggio che si vorrebbe assolutamente disegnare. Bisogna essere aperti a tutte le possibilità che i comics possono offrire e, nei limiti delle proprie capacità, essere duttili, flessibili sulle richieste del cliente/editore bilanciando sempre la propria personalità facendo valere la propria sensibilità artistica in relazione alle richieste lavorative. E ovviamente bisogna studiare, senza mai fermarsi. Fare studi artistici o frequentare una scuola di fumetto è importante, ma non basta. Un attestato non dichiara che si è pronti a lavorare e non dà per scontato che si verrà scelti per farlo. Il mondo dei comics cambia alla velocità del pensiero, bisogna conoscere le basi del disegno anche e soprattutto se si intende trascenderle, conoscere il più possibile il “terreno di gioco” e sperimentare con tutti i materiali possibili. Come detto poco sopra sarà lo stile a scegliervi. Manualità e tecnica digitale sono, oggi, la stessa cosa, tavolette grafiche o pennelli e carta sono solo strade da percorrere, e devono essere percorse tutte, sia per conoscersi, per capire meglio quale strumento ci rappresenta di più, sia per capire cosa ci offre l’uno piuttosto dell’altro, cosa fare in un modo e cosa in un altro e soprattutto per essere pronti ad accogliere ogni tipo di richiesta lavorativa. Quanto può essere frustante dover rifiutare un lavoro perché l’editore o il cliente lo richiede in un formato che non si è abituati a usare con disinvoltura? Bisogna essere consapevoli che per qualsiasi cosa che si sa fare bene c’è qualcun altro che la sa fare altrettanto bene, e più veloce. Per ogni mezzo che si sa usare c’è qualcun altro che lo sa usare con maggior dimestichezza. Quindi non ci si deve far trovare mai impreparati, dobbiamo essere noi quel qualcuno che sa fare meglio e prima! Se vi ho scoraggiati abbastanza eppure siete ancora qui, allora potrete iniziare a pensare di poter intraprendere il fumetto come lavoro!

Chiudiamo con la notizia più bella: è in arrivo The Horror Piccion Show, il primo volume interamente realizzato da te e pubblicato dalla Weird Book, con protagonista proprio il nostro amatissimo Piccion!
Eh sì, ci siamo! Dopo anni di stimata militanza sul web e alle fiere di settore, il piccione più figo dei comics avrà finalmente una pubblicazione a lui completamente dedicata. Devo dire che la cosa mi emoziona a più livelli: in primo luogo Piccion va in libreria! È un primo passo, importante, per far conoscere il personaggio a chi non segue la sua serie sul web, per raggiungere un pubblico diverso, ma anche per rafforzare il rapporto con quello che già c’è, con un oggetto collezionistico esclusivo. Pur essendo un autore multimediale mi professo, ancora, principalmente un lettore e un collezionista di fumetti “materici”, conosco l’importanza di avere un volume in mano, da esporre in libreria, e immaginare finalmente la possibilità di rendere le avventure di Piccion sfogliabili mi rende immensamente felice. The Horror Piccion Show, in uscita nei prossimi mesi per le edizioni Weird Book, sarà il primo volume “tematico” di Piccioncinema, vi verranno raccolte tutte le vignette a tema horror finora pubblicate, riviste in una veste tutta nuova, completamente ridisegnate, per accogliere il passaggio dal web al cartaceo, colorate per l’occasione e addizionate da una corposa serie di inediti. Se si è già Piccion-fan o se sarà il libro a farvici diventare non importa: Piccion è lì, e non aspetta altro che essere scoperto e amato. E poi, diciamocelo, è facile amarlo, è così carino! E accanto a lui ci saranno tutte le icone dell’immaginario horror, che renderanno il libro un vero oggetto cult e che prevedrà la possibilità di diversi “sequel” con altrettanti generi. E in chiusura, sì, è anche il primo lavoro che mi vede “autore completo” dall’ideazione, al disegno, al colore. Ci tengo davvero molto, e spero verrà apprezzato. Vi invito a scegliere un posto bello comodo e a prepararvi ad e essere spaventati e divertiti, l’Horror Piccion Show sta per cominciare! Non scordate i pop corn… e un sacchettino di mangime per uccelli!! 
 
Noi siamo già in libreria! Nel frattempo visitate le pagine nei link sottostanti per saperne di più!
 

MANTHOMEX

Mauro ‘Manthomex’ Antonini è nato nel 1980 a Roma, dove attualmente vive e lavora.
Inizia la sua attività di cartoonist nello studio del Maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti per il fumetto The Invisible Man.
Fortemente attivo con storie a fumetti, illustrazioni e character designs su FurAffinity e Deviant Art, con una pagina che conta, ad oggi, più di un milione ottocentomila visualizzazioni.
Autore del webcomic umoristico Piccioncinema. 

Suoi lavori sono apparsi come materiale promozionale ufficiale di film Hollywoodiani quali Teenage Mutant Ninja Turtles – Out of the Shadows (Paramount Pictures) e Warcraft (Universal Pictures).

Per Weird Books ha realizzato, in esclusiva, una serie di cover variant per i fumetti ufficiali di Evil Dead 2 e The Howling (Space Goat Publishing)
Sue illustrazioni sono state pubblicate in Italia, Usa e Belgio su  Lebowski 101 (Abide University Press); Il Massacratore - Nuova Serie (Spectre Edizioni,); Virus – Viral Sketchbook (Pangolin Comics), vari numeri della rivista Segnocinema (Ed. Cineforum di Vicenza) e numerosi cataloghi di mostre espositive.


2 commenti

  1. Questa intervista è strepitosa! Non conoscendo praticamente nulla del mondo del fumetto mi sono ritrovata a leggere tutto sino alla fine e mi sono incuriosita tantissimo!!

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  2. Intervista interessante! Non conosco bene questo artista ma adesso mi hai incuriosito.

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