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CINEGATTO: VERSO GLI OSCAR 2024: AMERICAN FICTION

American Fiction, il film diretto da Cord Jefferson con Jeffrey Wright, è disponibile su Amazon Prime Video. 


Scheda Film



L'indifferenza dei suoi studenti mette a dura prova la sua pazienza e gli editori si rifiutano di pubblicare il suo ultimo libro ritenuto "non abbastanza nero" per vendere. Quando Monk torna a Boston, la sua città natale, partecipa a un festival letterario e si scontra con una realtà che non vuole accettare: autori che si piegano all'opinione pubblica e alle leggi del mercato pur di avere successo. Ma nel momento in cui sua madre si ammala gravemente e il bisogno di guadagnare molti soldi per curarla diventa una priorità, lo scrittore decide di scrivere un romanzo satirico che denuncia l'ipocrisia del mondo editoriale. Il libro viene spedito, sotto pseudonimo, a un importante editore che accetta immediatamente di pubblicarlo facendolo diventare un caso letterario. Ora Thelonious deve fare i conti con il personaggio che ha creato e che tradisce la sua vera identità.

 

VERSO GLI OSCAR 2024: AMERICAN FICTION

Tra commedia satirica e dramma, American Fiction si colloca in quella fascia di film che inizia in un modo e finisce in un altro; o meglio, che si alterna tra scene che strappano un sorriso e altre che chiamano una lacrima. Il protagonista, Monk, è uno scrittore afroamericano, intelligente e proveniente da una famiglia di medici. Scrive libri non banali e non adatti al grande pubblico, ragion per cui non è finora riuscito a raggiungere una certa notorietà. I manoscritti, inviati dal suo agente alle case editrici, vengono quasi sempre ignorati e respinti perché giudicati non abbastanza "neri". Il problema dello stereotipo è che la gente si aspetta una corrispondenza tra la propria idea e la realtà, e per questo i libri di Monk non vendono. Il suo sospetto diviene una certezza quando s'imbatte alla presentazione di un'altra autrice, anch'essa afroamericana, divenuta best-seller grazie a un libro - a detta di Monk - pieno di stereotipi. 




La parte satirica del film s'incentra tutta sul tentativo dell'autore di far crollare questa rete stereotipata di razzismo e di discriminazione inviando una proposta editoriale che sia totalmente "nera": linguaggio da ghetto, pistole, droga, situazioni pericolose, drammi enfatizzati. Con suo grande stupore, il libro viene giudicato un sicuro best-seller e Monk riceve un'offerta da capogiro per la pubblicazione. Nonostante il suo intento non si sia realizzato - ovvero gli editori non abbiano compreso l'ironia provocatoria del suo gesto volto a far notare la bassezza e l'inesattezza dei contenuti che costantemente vengono pubblicati -, l'autore, spinto dal suo agente, accetta la pubblicazione. Il motivo del suo scendere a compromessi non è da ricercare in una voglia di notorietà a tutti costi, ma è legato alla parte drammatica del film. Monk, infatti, si trova difronte a una realtà familiare tutt'altro che perfetta, piena di problemi reali e quotidiani che necessitano di maggiori fondi. 




"The dumber I behave, the richer I get", ovvero: "Più mi comporto da idiota, più divento ricco". La frase simbolo del film pronunciata da Monk rende visibile le due linee opposte su cui il protagonista deve muoversi: la linea in salita che cresce proporzionalmente alla linea in discesa, i compensi che aumentano in corrispondenza del suo allontanamento dai propri valori, dalla propria idea di scrittura, dal proprio talento, dai propri ideali. Il compromesso che tutti conosciamo, soprattutto in ambito artistico, ma non solo. Un mondo in cui devi spesso mettere da parte te stesso per vivere del proprio lavoro, in favore di ciò che piace alle masse e che, di conseguenza, fa girare l'economia. Interessante notare com'è stata trattata l'ambivalenza tra la situazione satirica e drammatica del protagonista, ma anche il tema dello stereotipo - realtà: da una parte Monk non accetta di essere etichettato come uno dei personaggi del suo romanzo solo per il colore della sua pelle, dall'altra ha un fratello che per certi aspetti richiama parzialmente quello stereotipo (droga, linguaggio); su un altro versante, i problemi di Monk sono problemi universali, non di una specifica comunità (soldi, salute, morte, divorzi, tradimenti). Non è possibile, forse, dare completamente torto o ragione a Monk o alla sua controparte Sintara, l'autrice che ho citato all'inizio. Forse ciò di cui Monk e Sintara vogliono parlare, in modi così diversi, non sono altro che diverse sfaccettature della stessa realtà, entrambe esistenti, vicine anche alla vita di Monk ma scacciate e rese invisibili ai suoi occhi per una non accettazione ("You drift away"/ "Ti sei allontanato", è la frase rivolta a Monk da suo fratello Cliff, descrivendo perfettamente l'approccio del personaggio a tutte le situazioni che non vuole vedere o affrontare). 




Oltre che un'interessante sceneggiatura, il film ha dalla sua parte un cast notevole, da Jeffrey Wright a Sterling K. Brown, da Erika Alexander a Leslie Uggams. Il lavoro attoriale è decisamente parte importante della buona resa di American Fiction, così come la scelta registica di alternare inquadrature adatte alla porzione di storia raccontata in quel momento, con un risultato omogeneo ma che spazia tra  teatralità, dramma, ironia, individuabili nella descrizione della scena ma ancor prima nello stile di ripresa. Infine, degno di nota il personaggio di Coraline, unico a stare in perfetto equilibrio tra i due estremi, sia nelle scelte letterarie (apprezza sia i lavori "puri" di Monk sia l'ultimo, pur non sapendo si trattasse dello stesso autore) sia nel modo di affrontare la vita e l'amore, senza eccessivi drammi ma con razionalità e giudizio. Il pubblico perfetto, oserei dire, quello che sa apprezzare qualcosa di impegnato così come qualcosa di ironico o leggero. 

American Fiction è candidato a cinque premi Oscar: Miglior Film, Migliore Sceneggiatura Non Originale, Miglior Attore Protagonista (Jeffrey Wright), Miglior Attore Non Protagonista (Sterling K. Brown), Miglior Colonna Sonora. 



                                          

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