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RECENSIONE: 25 GRAMMI DI FELICITÀ

Buongiorno gattolettori,

c'è un piccolo, grande libro di cui vogliamo parlarvi: 25 grammi di felicità. Un piccolo e grande libro così come i suoi dolcissimi protagonisti, i ricci.
Scritto da Massimo Vacchetta con Antonella Tomaselli, edito da Sperling & Kupfer
Recensione e intervista a cura di Annalisa!



25 grammi di felicità
di Massimo Vacchetta
                                                      

 


Genere:
 Narrativa
Editore: Sperling & Kupfer
Prezzo: € 9,90 (ebook € 6,99)
Pagine: 192
Uscita: 2017


"Ma perché lo fai? Cosa ti rendono i ricci?" "Mi rendono felice." "Te ne potresti occupare tu per questi due giorni?" Inizia più o meno così l'amicizia tra Massimo, veterinario specializzato nei bovini, e un riccetto orfano.

Il cucciolo ha pochi giorni, è tutto rosa, e ha sul dorso una corona di aculei bianchi e morbidi, un po' scomposti. Pesa solo 25 grammi e pigola piano: ha fame, o freddo, o forse si sente solo. Un pianto tanto disperato che scalfisce la corazza di abitudini e apatia che Massimo si è costruito. È così che Ninna - sì, perché il riccetto spettinato si rivela una femmina - stravolge la sua vita con la forza della sua personalità. È curiosa e appena "annusa" novità si affaccia dal suo rifugio; è giocherellona, e si diverte a rovesciare con il naso la ciotola dell'acqua; è affettuosa e lo lecca pazza di gioia dopo una lunga assenza. Però è anche un animale selvatico e reclama la sua libertà: la gabbia le va sempre più stretta e la sua felicità è fuori nei boschi. In questo libro, Massimo Vacchetta racconta lo straordinario incontro che lo ha aiutato a uscire da un periodo buio e gli ha dato un nuovo scopo: creare un centro di recupero per i ricci, una specie minacciata dalla nostra disattenzione, e aiutare gli esemplari in difficoltà. Come Trilly l'impenitente dongiovanni, o la fragile Lisa che ha conquistato tutti con il suo sguardo, o Zoe che ha saputo resistere a ogni colpo. Animaletti feriti, maltrattati, indifesi, ma in grado di trasmettere una grande voglia di vivere.

 

RECENSIONE


Un veterinario che cambia il mondo? È possibile. Perché la possibilità di aiutare qualcuno è data a tutti, non dipende da quale professione svolgiamo, in che città abitiamo, quanti soldi abbiamo. Ognuno di noi può cambiare il mondo, basta iniziare. Massimo Vacchetta è uno di quelli che ha fatto il primo passo, e non si è più fermato. Lo ha fatto partendo dal basso, dai più piccoli, da quelle creaturine indifese che sono i ricci. Animali selvatici, notturni, con gli aculei e gli occhietti vispi, specie simpatica ma anche tanto sconosciuta. Perché i ricci sono particolari, delicati, e da scoprire. Pensiamo di conoscere gli animali, ma quando ci troviamo a leggere un libro come questo, ci accorgiamo di non sapere nulla. Ogni specie ha le sue particolarità, le sue caratteristiche che la rendono unica. Non importa quanto piccola essa sia, ogni creatura è speciale. In 25 grammi di felicità c’è un protagonista umano che non è il vero protagonista, ma che dà voce ai piccolini con gli aculei, e che fa da tramite per parlare di queste creaturine quasi invisibili che stanno sul palmo di una mano. Piccoli, ma con un mondo dentro di sé. Massimo parla di loro perché si ritrova in loro, perché gli hanno cambiato la vita, e perché erano il senso che stava cercando da una vita. Erano loro quel qualcosa che si nascondeva dentro l'anima, che non poteva venir fuori perché, in realtà, neanche lui li conosceva. Da qui parte la loro storia, che viene raccontata dall’autore nel modo più sincero possibile: si presenta, senza nascondere i suoi difetti, racconta un cambiamento avvenuto proprio dall’incontro con Ninna, la prima riccetta che ha salvato. La storia della seconda vita di Massimo – nella prima era pur sempre un veterinario, ma di tutt’altro tipo – prende piede da questo incontro voluto dal destino, e decisamente programmato. Quel sentore che lui poteva e doveva fare di più prende forma, quel senso di vicinanza ai più indifesi e quel rifiuto del non agire esplode. È una sensazione per lo più presente in tutti noi, che culmina sempre con la stessa domanda: “sì, ma cosa posso fare io?”. Massimo Vacchetta è andato oltre, non ha lasciato sospesa questa domanda, ma le ha dato una risposta. Scegliere di schierarsi dalla parte dei più deboli, da chi non può aiutarsi da solo, è il primo grandissimo passo da cui iniziare. I ricci, come moltissimi animali, sono in balia di un ambiente completamente trasformato. Era il loro habitat, ma l’uomo l’ha profondamente mutato. È vero che gli animali devono essere liberi, ma è pur vero che i pericoli che l’uomo ha messo lì fuori sono tantissimi. Serve qualcuno che protegga la loro libertà, che intervenga quando la loro vita è compromessa proprio da queste “trappole” umane: auto che corrono a tutta velocità, veleni, pesticidi, plastica sono solo alcuni dei pericoli in cui incorrono, purtroppo, tantissimi animali, non in grado di reagire a un ambiente un tempo conosciuto e capito, adesso stravolto. Così il racconto di Massimo non è solo una bellissima e commovente storia, non è solo narrativa, né tantomeno solo un pezzo di vita. È il grido di svegliarsi, rivolto a tutti noi. Serve a spronarci e a farci capire che chiunque può fare la differenza, e che è nostro dovere farla, in bene. È la nascita del Centro Recupero Ricci La Ninna, del suo sviluppo, del sostegno di migliaia di persone che inseguono lo stesso sogno, quello di poter fare del bene. E poi ci sono loro, i veri protagonisti, i ricci: tra racconti delicati, teneri e foto che scaldano il cuore, 25 grammi di felicità è un best seller che tutti noi dovremmo avere sul nostro comodino. 

UNA CHIACCHIERA CON MASSIMO VACCHETTA
 
 
Caro Massimo, cercando il tuo nome su internet salta subito all’occhio come esso sia accompagnato dalla parola “autore”. Tu lo sei, ma sei molto di più. Cos’è La Ninna e come ha cambiato la tua vita?

La Ninna è un piccolo ospedale situato a Novello, in Piemonte, specializzato nella cura dei ricci. È nato in seguito all’incontro con una riccetta che mi ha cambiato la vita, Ninna. Prima di lei ero una persona con una certa mentalità, forse avevo il cuore un po’ duro, o meglio indurito dal dolore: sono un veterinario proveniente da un settore molto triste, quello dei bovini… Gli animali non sono di certo trattati come i cani e i gatti che teniamo in casa, avevo a che fare con qualcosa di diverso. La prima volta che ho incontrato Ninna è scattato qualcosa in me, è cresciuta sempre più la consapevolezza di avere una predisposizione e una grande voglia di aiutare i più deboli. Ho visto, nella figura dei ricci, chi deve essere aiutato, gli ultimi degli ultimi possiamo dire. Sono diventato vegano, collego determinate scelte alimentari al dolore degli animali, e dunque ho deciso di non comprare più prodotti animali. E poi ho uno spirito ecologista, da sempre: amo gli alberi, gli animali, la natura, e vedere alcuni posti distrutti e devastati dall’uomo ha sempre suscitato una grandissima frustrazione in me. Quando sulle colline vedevo un bosco tagliato, mi sentivo impotente, inutile; curare questi piccoli ricci lenisce un po’ il senso di angoscia che provo, posso dire di far qualcosa per la natura, nel mio piccolo. Nel libro, e non solo, racconto me stesso attraverso i ricci, il mio cambiamento che spero sia di aiuto e in grado di coinvolgere gli altri. Ora la nostra pagina ha migliaia di followers, grazie a loro e agli aiuti economici abbiamo ampliato l’ospedale e siamo stati in grado di curare fino a 400 ricci ogni anno. Arrivano a tutte le ore del giorno e della notte – soprattutto notte, sono animali notturni – abbiamo la sala operatoria, strumenti e attrezzature per fare del nostro meglio, una chat gestita da volontari che rispondono a richieste d’aiuto da tutta Italia: siamo diventati un punto di riferimento, e ne siamo fieri.

 

   Apriamo brevemente una parentesi. Hai parlato di una scelta vegana dovuta a una consapevolezza maturata con il tempo e con l’esperienza: quella che lo sfruttamento e l’uccisione degli animali sono legati a ognuno di noi, più di quanto si possa immaginare.

La produzione incide sempre sullo sfruttamento degli animali, soprattutto per la mucca, il vitello, il capretto e l’agnello. La mucca viene ingravidata artificialmente e, quando nasce un piccolo, viene sacrificato. La femmina la tengono, ma i capretti no. I piccoli vengono separati dalla madre per prendere il latte – quello che sarebbe destinato a loro e che invece prendiamo noi – e poi vengono portati in box strettissimi per poi essere macellati. Quindi, mangiando un pezzo di formaggio determiniamo la morte dei capretti. Diciamo che sia la mucca che la capra che la pecora, quando vengono ingravidate per il latte, perdono il piccolo, e questa è la conseguenza delle nostre scelte. Tra l’altro i latticini sono fortemente sconsigliati per noi adulti, perché sono destinati ai cuccioli, noi non ne abbiamo bisogno. E, insieme alla carne, favoriscono la crescita tumorale. Io ho scelto di non essere parte di tutto questo.

 

      Tornando ai piccoletti, che tipo di animale è il riccio? 

Il riccio è un animale molto timido e silenzioso, è notturno. Si è spostato nelle zone periferiche della città dove trova un po’ di cibo, perché non riesce più a sopravvivere nella campagna in cui, ormai, prati e cespugli sono potati. Il loro spostamento è conseguenza diretta dell’annientamento della popolazione di insetti – che sono alla base della loro catena alimentare (i ricci sono insettivori, ma non solo) –, dei pesticidi, della monocoltura intensiva, del riscaldamento globale, tutti fattori che hanno portato al crollo della popolazione di ricci in zone rurali e classificato la specie come a rischio estinzione. Nei prossimi 20 anni i ricci potrebbero essere estinti, se non cambiamo direzione. Bisogna capire che la biodiversità si basa anche su alberi, cespugli, prati, e che meno ne abbiamo, meno animali possono sopravvivere; l’equilibrio del nostro pianeta ha conseguenze dirette anche su di noi, non soltanto sugli animali. Il riccio, tra l’altro, è anche indicatore di un ambiente che sta bene: meno ricci sono presenti nei boschi, peggiore è la salute dell’ambiente.

 

.       Molte persone hanno dei ricci in casa, nonostante siano animali selvatici. Tu, infatti, li liberi in natura una volta guariti. Perché per alcuni è un animale da compagnia? 

È il desiderio di avere qualcuno da tenere al sicuro, ma diventa patologico a volte. Mentre un cane e un gatto possono vivere vicino all’uomo dopo secoli di addomesticamento, i ricci no. Il riccio africano è consentito dalla legge, è quello bianco e solitamente viene tenuto come animale domestico. Il riccio nostrano, invece, non può essere tenuto in casa. Chi li ha deve tenerli al meglio, al caldo, e non deve liberarli, perché ormai sono addomesticati; per chi non li ha, l’appello è di non alimentare un mercato del genere, di non comprarli.

 

        Prima di occuparti esclusivamente dei ricci eri un veterinario. Come mai hai scelto questa professione? E come mai hai deciso di unire la scrittura al tuo lavoro? 

Ho scelto di diventare veterinario un po’ per caso, perché in realtà volevo diventare un astrofisico, o frequentare l’accademia delle belle arti. Poi mi sono reso conto che invece volevo diventare un veterinario. Mio padre mi ha detto: “ma sei impazzito?”, e ho risposto: “Sì, ho cambiato idea”, e mi sono iscritto all’università di veterinaria. Del resto la natura, come ho detto, mi è sempre piaciuta, sono nato in campagna, e la casa dei nonni, in cui passavo le mie estati, era circondata dal verde. Tutti i professori mi hanno sempre consigliato un indirizzo artistico: avevano notato la mia manualità e la predisposizione per il disegno. Non ci avevano visto poi così male, solo che queste caratteristiche andavano indirizzate verso altro. Nella mia lotta per salvare i ricci, nel mio tentativo di comunicare, c’è l’arte. Avevo 5 o 6 in italiano, mi definisco un veterinario che scrive, non uno scrittore; scrivo perché voglio raccontare le storie che vivo qui, con i ricci, e non avrei nulla da scrivere se non avessi questo centro. Voglio invogliare il pubblico a far qualcosa, e mi permetto di parlare avendo 15 o 20 ore di lavoro al giorno sulle spalle. Ci battiamo per le loro vite in un’epoca in cui tutto è volubile; oggi c’è chi ti aiuta, domani non lo sai. Mantenere l’attenzione della gente è fondamentale. Adesso abbiamo 5 ragazzi che lavorano qua, e poi tanti volontari che fanno le staffette, altri che rispondono a chat e telefono, un edificio di 400mq, con giardino e circa 40 recinti.  Ogni riccio ha a disposizione mezzo metro per 1 metro di gabbia. Spero andrà sempre meglio. Sono il primo a mettermi in discussione, ad espormi, perché lo faccio per una giusta causa.

 

      Pensi che gli esseri umani stiano privando gli animali della loro vera natura? 

Sì. Assolutamente. C’è un egoismo folle nell’uomo, di dominanza verso le altre specie e verso l’ambiente. Stiamo privando gli animali del loro habitat, annientiamo gli ecosistemi e così noi stessi. È un concetto che deve essere chiaro: animali, cibo che mangiamo, aria, acqua, tutto deriva dalla natura. Le temperature fuori controllo portano alla siccità e a una situazione climatica insostenibile per il corpo umano, che già a 37 gradi ha male alle ossa, ben oltre i 40 possiamo immaginare. Di questo passo in poche decine di anni arriveremo a 50 grandi, vogliamo rimanere dentro casa coi condizionatori per sempre? Il nostro pianeta è una gemma preziosa, è unica, ha determinate caratteristiche che la rendono la casa ideale per noi. Su un altro pianeta non troveremmo le stesse condizioni. La pandemia ci ha mostrato cosa deriva dall’aver invaso le foreste, dall’aver portato gli animali nel centro di una megalopoli, averli macellati, mangiati, liberando un virus che per le persone è mortale.  

  

       Adesso passiamo alla parte da “autore”! I tuoi libri attualmente pubblicati sono 25 grammi di felicità, Cuore di riccio e Ninna, il piccolo riccio con un grande cuore. Si legge la passione per il tuo lavoro, che tu non vedi di certo come un lavoro; l’amore per i ricci, ma anche per le persone fantastiche che ti circondano; e anche tanta gratitudine. 

25 grammi di felicità è stato il primo libro, dove racconto l’inizio della mia storia con i ricci, partendo da Ninna. Cuore di riccio affronta il tema della disabilità negli animali, ma anche i miei errori, le ostinazioni. E prende un periodo particolare della mia vita… Ninna, il piccolo riccio con un grande cuore è per i più piccoli, ma apprezzato anche dai grandi. Questo sogno è sempre stato condiviso da persone che mettono l’anima e il cuore: la mia fidanzata Cristina, mia mamma, i volontari, chi fa le staffette, chi ci sostiene. È un armata di persone che non lo vedono come un lavoro, ma come una missione, quella di curare e aiutare gli animali. Forse la cosa più coraggiosa che io abbia fatto è di essermi staccato dal mio lavoro, lasciato 4 anni fa nonostante lo stipendio niente male e nonostante fossi richiesto e apprezzato come veterinario. Ma non volevo sprecare più un minuto; dietro i bovini possono esserci tanti veterinari, dietro i ricci nessuno. Mia mamma si è messa le mani ai capelli quando le ho comunicato la mia decisione: “come fai senza lo stipendio?”, mi ha chiesto. Beh, anche io ero dentro una visione consumistica della vita, mi piacevano tante cose, ma poi mi sono detto basta. Quando il libro è diventato un best seller, mi sono ritenuto privilegiato. È stato tradotto e letto in 14 lingue, e io sono solo un veterinario uscito dal nulla e che ha scritto un libro. Se è piaciuto così tanto è perché è una storia scritta onestamente, col cuore. Se avessi voluto inventarla, non sarebbe riuscita così bene. Ero innamorato di Ninna, quell’anno per lei sono stato come un papà, ed ero felice. Dimostrazione che la mia scelta non è stata poi così sbagliata.

 

      Ninna è la riccetta a cui sei più grato, la prima che hai salvato, la protagonista del libro e colei che ti ha cambiato la vita. Parlami di lei. 

La prima sensazione che ho provato quando l’ho vista è stata di grande tenerezza. La mattina dopo, quando l’ho presa per darle del latte, era fredda, piangeva, era piccolissima e aveva gli occhietti chiusi. Ha fatto un gesto che mi ha fatto sciogliere: non sapevo come tenere il cucciolo, bisognava scaldarla, ma io non ero esperto di ricci; lei mi ha guardato, ha alzato la testa verso di me, con gli occhi chiusi, chiedendomi di salvarla. In quel momento è uscita tutta la compassione e la tenerezza che forse avevo chiuso da qualche parte in me, è iniziata la corsa contro il tempo per salvarla. Si è creato un legame fortissimo, mi seguiva ovunque una volta cresciuta. Era simpatica, intelligentissima, curiosa, desiderosa di uscire dalla gabbietta; l’ho messa in casa, poi in giardino, alla fine le ho ridato la libertà. In lei c’era l’istinto che hanno gli animali, ricordo che a metà della notte, quando non mi riconosceva, provava ad attaccarmi. Le dicevo: “Ninna, sono io!”, mi facevo riconoscere e lei mi leccava il dito! Ero iperprotettivo, da quando l’ho lasciata libera c’è sempre stato del cibo pronto per lei in giardino. Mi piace pensare che è tornata a trovarmi ogni tanto. Ma, soprattutto, che corre libera tra i prati.

 

    Tu e La Ninna avete raggiunto grandi obiettivi. Ma si può fare sempre di più, per questo è importante l’aiuto di tutti. 

È dimostrato dall’operazione Kasya, la delfina rimasta sola nell’acquario di Teheran: ha vissuto per 9 anni in cattività, dopo essere stata catturata illegalmente, e poi è rimasta sola in seguito alla morte dell’altro delfino. Non avevano i mezzi per portarla, ma siamo riusciti con un’operazione di gruppo alla quale hanno partecipato diverse associazioni internazionali a pagare il volo e spostarla. La solidarietà tra le persone è fondamentale, porta a grandi risultati. Non ha barriere religiose, culturali, geografiche, nulla: siamo tutti sotto lo stesso cielo, non dobbiamo farci la guerra. Credo davvero che il dialogo e la solidarietà siano la strada giusta per salvare il mondo. Infondo, anche qui, il virus ce lo insegna: dotati di armi potentissime e messi in ginocchio da un nemico microscopico e invisibile, per ricordarci che siamo animali anche noi.

 

       Cosa è importante sapere per soccorrere un riccio in difficoltà? 

Intanto bisogna valutare quando è in difficoltà: se si trova per strada fermiamoci sempre, raccogliamolo, controlliamo se è ferito; se si chiude bene e diventa una pallina, senza sangue (sarebbe sintomo di trauma) e ha il corpo caldo, è solo spaventato e possiamo spostarlo sul prato vicino; se è debole, coricato, con sangue, non si chiude, dobbiamo spostarlo in uno scatolone, avvolto in un asciugamano, e portarlo in un centro di recupero. Oltre a noi, vi è un CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici) in ogni regione. L’importante è che non vengano mai portati a casa, bisogna essere tempestivi per salvare una vita. Quando si trova un riccio di giorno all’aperto, non nascosto o in un nido, è sicuramente in difficoltà, proprio perché loro sono notturni. I vari pericoli spesso sono causati dall’uomo, e sono tantissimi: la strada (investiti dalle auto), i giardini (vengono tranciati dai decespugliatori), i roghi (non bisogna dare fuoco ai cumuli di foglie, i ricci fanno il nido sotto), l’uso di veleni (non bisogna usare pesticidi, topicidi e altro, sono mortali per loro e per noi), i tombini aperti, le piscine, i cani con istinto predatorio che possono attaccarli, la plastica. Per aiutarli si può anche lasciare il giardino naturale, piantare alberi da frutta, cumuli di foglie, erba alta, favorire la fioritura che attira gli insetti – e che a loro volta attirano la vita –, costruire uno stagno, lasciare dell’acqua (con un sottovaso e una pipa dentro per evitare che si capovolga), del cibo per gatti o crocchette. Se si trovano dei ricci in un nido che è solo danneggiato, non si deve fare niente, altrimenti la mamma se ne va. Se la mamma c’è, torna durante il giorno; se sono piccolissimi, lattanti, col corpicino rosa senza pelo e sono da soli, vanno aiutati. Inoltre non va mai dato latte di mucca, frutta secca e pane, sono pericolosissimi. 

 

       Chi sono gli ospiti adesso? 

Tra i tantissimi ospiti c’è Cespuglio, un riccetto vittima del decespugliatore che ha la pelle della testolina tagliata; lo curiamo col laser per far cicatrizzare la ferita. Poi c’è Tosto, ha la mandibola rotta ma tanta voglia di vivere. Orecchia, perché aveva un taglio nell’orecchio e aveva la zampina intrappolata in una rete di plastica e un’infezione, anche lei per fortuna sta meglio.


 
Pipino


 
Ortica




















    Vorrei chiudere con un concetto che ho ritrovato nel libro, e che condivido tantissimo: ogni essere, anche il più piccolo, merita rispetto. 

Una volta vidi un topolino, Mr. Jingle, che aveva trovato una crocchettina per terra; si è messo su due zampe, appoggiandosi con la schiena su un muretto, e ha iniziato a mangiare quel suo bottino, gustandoselo come farebbe un bambino con il gelato. Stava lì, appoggiato, era il suo momento di felicità. Qualunque esserino ha la propria sensibilità, per me tutti gli animali hanno l’anima, vanno rispettati, dal primo all’ultimo. Anche i ragni, per esempio, li mettiamo fuori, non li schiacciamo. Se facessi loro del male soffrirei, eliminerei una vita preziosa, che va preservata. Siamo tanto circondati dalla tecnologia che amiamo, ma se non diamo noi l’imput al pc, questo non si accende. Gli animali, invece, sono come noi, e non decidiamo noi chi vale e chi non vale.

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