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IL TRONO DI PELLICOLE: RISCOPRENDO: PETER PAN

Peter Pan, eroe di trasposizioni cinematografiche quali il cartone firmato Disney del 1953, e l'indimenticabile Hook - Capitan Uncino di Steven Spielberg, è nato dalla mente di James M. Barrie. Ma chi è veramente Peter Pan?

RISCOPRENDO: PETER PAN

James M. Barrie fece pubblicare la prima edizione nel 1902 sotto forma di due romanzi: Peter Pan nei Giardini di Kensington e Peter e Wendy. Dal secondo libro sono tratte le storie più conosciute, le avventure più riprese dal cinema e raccontante ai bambini. Eppure il primo libro è fondamentale per capire chi abbiamo davanti. Peter è un bambino come tutti gli altri, con la differenza che lo resterà per sempre. Il libro si apre con la drammatica vicenda della morte di Peter dopo solo una settimana di vita: il desiderio di tornare a volare, legato ai ricordi prima di venire al mondo, era troppo forte, e quei meravigliosi giardini davanti la finestra sembravano un richiamo irresistibile. 

Così, approfittando di una distrazione della madre, Peter provò a volar via dalla finestra. Questo episodio è descritto dall'autore puramente dal punto di vista di Peter, ovvero come una liberazione, una gioia, una nota positiva. Non c'è nessuna ombra nella sua descrizione, nessun riferimento alla morte nel senso da noi comunemente usato. Si tratta di un ritorno alla sua vera natura, di un volar via libero come un uccello verso i Giardini di Kensington, descritti come un luogo a metà tra un parco giochi e un cimitero. Vi è una zona d'ombra che si trova proprio là, vicino alla parte in cui tutti i bambini giocano felici portati dalle proprie madri o dalle tate. 


È il punto del giardino in cui nessuna madre vuole che i propri figli si spingano. Lí vive Peter, descritto proprio come un essere a metà tra un bambino e un uccello (con riferimento alla vera natura umana). Accoglie i bambini sperduti, ovvero coloro che sono rimasti nel giardino cadendo dalla carrozzina o dimenticati dopo l'orario di chiusura. Un ambiente magico è raccontato nel primo romanzo, un mondo di fate dispettose, colorate, festaiole e in grado di realizzare anche i desideri più improbabili. La prima cotta di Peter non è Wendy, bensì Maimie, la bambina che rimase per una notte nei giardini. Da qui nasce la vera storia del ditale, scambiato per un bacio: Peter non sa cosa sia un bacio, e a causa della permalosità del ragazzo, Maimie decide di non imbarazzarlo e di porgergli un ditale attribuendogli il nominativo di “bacio”. 

La storia di Maimie è esplicativa per l'intero andamento del romanzo: rimasta oltre l'orario di chiusura per vedere le fate, passa il confine. Guardando la mappa di Kensington a inizio libro, ci accorgiamo che il parco è effettivamente diviso da un fiume tra un'area tranquilla e un'area più oscura, ovvero un cimitero. Si parla di “casine costruite su misura” che, con estrema probabilità, altro non sono che bare per i "bambini degli uomini" (come vengono chiamati in questa parte di romanzo), invisibili agli occhi finché non occupate per una notte: il mattino seguente, riuscirai a vederle, perché al suo interno non vi sarà più un bambino sperduto. Ciò che capiamo del Peter presentato nel primo libro è che abbiamo davanti qualcuno di molto piccolo per età, e – come è giusto che sia – immaturo. 


Ha i denti da latte, non ha avuto il tempo di esplorare una vita che sentiva non appartenergli. È frettoloso, impaziente, non ama essere preso in giro, è molto pieno di sé ed esige che si parli sempre delle sue avventure. Gli piace essere al centro dell'attenzione, è curioso e avventuroso, in una parola, è un bambino. Nel secondo libro, Peter si reca in casa di Wendy per recuperare la sua ombra, dando via alla storia più famosa. Ciò su cui è importante soffermarsi, è capire quale significato Barrie volesse attribuire a tutto questo. 

Per anni si è parlato di Peter come spirito malefico, che prende i bambini e li porta con sé (che li uccide, per essere chiari), come di un dispettoso, come di una creatura persa nell' Isola Che Non C'è. In realtà non è nulla di tutto questo. Peter è forse più consapevole di tutti noi sul chi è, sul dove si trova e su quale sia il suo posto. Wendy, John e Michael sono descritti in camicia da notte, ma a differenza di Peter loro ritornano, così i bambini sperduti. Questo perché   non stiamo parlando di bambini morti, ma di bambini in transizione. Le camicie da notte sono camici di ospedale, la tata Nana (rappresentata da un cane) è l'infermiera in cui i pazienti aspettano la guarigione. 


E si torna così all’inizio, a quella camera in cui Peter era appena nato e in cui ha deciso che il richiamo verso la vita che considerava appartenente a lui era troppo forte. Ma Wendy, i suoi fratelli e i bambini sperduti ce l'hanno fatta, sono tornati. Anzi, a dirla tutta, la traduzione italiana crea qualche fraintendimento: Neverland è la terra del mai, il luogo più lontano dalla realtà che si possa immaginare, tuttavia reale. Non si tratta di un’isola che non c'è, c'è eccome. È un luogo dove la mente e l'immaginazione regnano sovrane, in cui è d'obbligo lasciarsi alle spalle la rigidità della realtà. È un'avventura che deve essere vissuta. Quell'isola rappresenta la fantasia di ogni bambino, fatta di sirene, pirati, fate e anche di cattivi: Capitan Uncino, il pirata che odia Peter Pan. Lo odia perché non riesce a ricordare, è troppo cresciuto per quella spensieratezza e leggerezza che così fastidiosamente vivono in Peter. Più di una volta nel libro si fa riferimento al perché di tanto odio: ne è attratto e lo detesta, perché anche lui è stato così, ma non lo è più. Il tempo che scorre, il famoso orologio, vero antagonista di Capitan Uncino, porta con sé il ticchettio che puntuale gli ricorda lo scorrere del tempo, il sopraggiungere della morte (il coccodrillo) che ha già avuto un assaggio del suo corpo strappandogli via la mano. 

Per capire appieno questo libro bisogna ricordarsi anche che è stato scritto in un periodo storico ben preciso, in cui la mortalità infantile era purtroppo molto elevata. E bisogna conoscere almeno un po' la storia dell'autore, o almeno l'evento particolare che ha segnato la sua esistenza: la morte del fratello David quando James aveva solo sette anni. David era il figlio prediletto, la madre non si è mai ripresa e a nulla sono serviti gli sforzi di James che arrivò perfino a vestirsi come il fratello. Quel giorno morì anche James, rifiutandosi di crescere come sé stesso. Risulta facile capire, dopo questo evento, cosa ha segnato la mente dell'autore e lo ha spinto verso un rapporto di odio-amore per la figura materna e per il rifiuto di diventare grande. Perché lui deve crescere mentre David no? Probabilmente è questa la domanda da cui è iniziato tutto. 


Crescendo dimentichiamo, ci sentiamo sempre più lontani da noi stessi, siamo contaminati da troppe figure e realtà, non riusciamo più a volare con la fantasia. Peter Pan, il personaggio letterario che si è fatto carico del peso nel cuore del suo autore, il cui nome è così legato al dio Pan da cui il personaggio trae grande spunto – Pan era il figlio di Ermes e Penelope, rifiutato alla nascita per il suo aspetto, abbandonato dalla madre subito dopo il parto, rappresentato con un flauto in mano, esattamente come Peter. Quando si parla di Peter come un demone si fa confusione. Peter non ha mai tenuto con sé nessun bambino con la forza, non ha ucciso nessuno né tantomeno esaltato il fascino della morte (probabilmente neanche sa cosa sia). Peter non è un demone, Peter ha un demone interiore, come tutti noi.

2 commenti

  1. Un personaggio semplicemente mitico, a cui sarebbe preferibile ispirarsi, anche se ciò non piace alle donne, non a tutte almeno :D

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